Le fredde Ha’apai

106 dal 06/06/99 al 12/06/99

Domenica

Dormiamo malissimo, l’onda che entra nella laguna c’i investe lateralmente e ci fa rollare terribilmente.

Il cielo è coperto e c’è un’’aria “novembrina”. Abbandoniamo quest’’ancoraggio in cerca di un posto più tranquillo. Navigando lentamente a vela raggiungiamo il Va Pensiero che è ancorato all’interno della laguna di un’’isoletta chiamata Uoleva.

Peccato che sia tutto grigio, perché questo posto con il sole deve essere splendido; una lunga spiaggia bianca con lo sfondo di alte palme da cocco. Il clima non invita né a fare il bagno né ad andare a terra, così restiamo in barca a oziare. Alle cinque ci passano a salutare Gigi e Irene, loro sono stati meno pigri e freddolosi di noi, sono andati a pescare e hanno trovato un’’enorme aragosta!

Lunedì

Il cielo è ancora grigio e ogni tanto piove.

Ci spostiamoa Lifuka, capitale delle Ha’apai per comprare un po’ di frutta e verdure e per farci vedere dalla polizia. Alle Tonga bisogna fare le pratiche di ingresso e uscita in ogni porto dove ci siano le autorità. I poliziotti sono gentili e sbrighiamo le pratiche in pochi minuti.

Il villaggio è grande e tutte le case sono disposte lungo l’unica strada. La gente  è simpatica e ci fanno dei gran sorrisi. C’è anche un supermercato, che però una volta all’interno si rivela una delusione. Pochi scaffali pieni discatolette, per lo più scadute, e poco altro. Nel freezer ci sono dei poco invitanti sacchetti di carne, proviamo ad aprirne uno e sembrano gli scarti di macellazione che si danno ai cani! Abbandoniamo l’idea di farci una bistecca.

Girando per il villaggio troviamo delle uova fresche, il pane, delle papaie e del cocomero. Pranziamo con Gigi, Irene ed i loro amici nell’unico bar, gestito da un antipatico australiano, che ci fa aspettare due ore per servirci dei pessimi panini. Ci consoliamo, tanto piove a dirotto e non abbiamo tanto altro da fare!

Martedì

Torniamo a Uoleva. Ha smesso di piovere, il vento è girato nella direzione giusta, sud est, ed il cielo è meno grigio del solito. La temperatura rimane bassa, intorno ai venti gradi, e non invita alla vita balneare. Annalisa e sua mamma vanno a fare un giro in spiaggia a raccogliere le conchiglie, mentre Lorenzo rimane in barca a scrivere questo diario.

Mercoledì

Percorriamo velocemente le 20 miglia che ci separano da Hea Fenua, spinti da un vento freddo e costante. Non peschiamo niente.

Arriviamo proprio mentre Gigi sta partendo e facciamo in tempo a chiedergli qualcosa. Ci dice che il posto sott’acqua non è un granché, così evitiamo di immergerci nell’acqua gelida e ce ne stiamo in barca.

Mentre stiamo pranzando ci chiamano al VHF, è Break Away, che ci invita per una birra prima del tramonto. Li abbiamo incontrati prima aPanama e poi a Papeete ed ora dopo quasi un anno ci si ritrova. Loro hanno passato la stagione dei cicloni in Nuova Zelanda e ora dopo una pessima traversata, con venti forti sempre contrari, percorreranno la nostra stessa rotta, Fiji, Vanuatu, e Micronesia.

Chiacchieriamo sulla loro barca mentre un bellissimo tramonto tinge tutto di rosso, fino a che il sole si nasconde dietroil picco dell’alto vulcano Tofua.

Giovedì

Restiamo ancora a Hea Fenua, e poiché non piove ne approfittiamo per andare a far visita al villaggio. Per raggiungerlo c’è da percorrere un lungo sentiero in mezzo alla folta vegetazione.

All’interno della giungla si intravedono dei tratti disboscati e coltivati, sono gli orti delle famiglie del villaggio. L’ingresso del villaggio è delimitato da un cancello, che non serve per tenere fuori gli estranei (o come li chiamano qui palanghi), ma per tenere dentro i maiali!

Appena entrati c’è sulla sinistra il cimitero, con sopra ogni tomba una coperta multicolore, che noi da lontano avevamo scambiato per biancheria stesa ad asciugare. Non sappiamo di che religione siano e che cosa significhino questi drappi colorati stesi sopra le tombe.

In giro per il villaggio non c’è nessuno e sembra abitato solo da maiali e galline. Le case sono povere, alcune costruite con materiali di fortuna, ma dignitose, e tutte con il loro giardinetto curato e pieno di maiali.

Sul “corso” ci sono due o tre vecchietti seduti su una panchina fatta con rami intrecciati, che chiacchierano. Come ci vedono uno di loro si alza, è vestito con una “elegante” giacca arrivata chissà come, e in uno stentato inglese ci dà ufficialmente il benvenuto.

Quando gli chiediamo come mai non c’è in giro nessuno ci dice che le donne sono a lavorare negli orti, mentre gli uomini sono a pesca. Poi ci racconta che lo scorso dicembre l’isola è stata investita da un ciclone, che ha distrutto tutti gli orti e molti degli alberi da frutta, quindi il villaggio è in un periodo di magra.

Gli chiediamo se è possibile acquistare uno dei tanti polli che scorazzano per le strade, ma non capisce e ci manda dalla signora che gestisce l’unico negozio del villaggio, dove vendono solo scatolette. Il villaggio conta ben cinque chiese di differenti sette e ci immaginiamo che”traffici di anime” ci debbano essere all’interno della piccola comunità che non conterà più di mille persone.

Tornando lungo la strada due ragazze ci offrono un mango; ci raccontano che stanno andando nel loro orto a raccogliere tuberi e frutta. Ricambiamo con una saponetta, che sembrano apprezzare tantissimo, quindi ci salutano e si infilano nella giungla.

Quando torniamo in barca le nostre gambe sono tutte indolenzite per l’inusuale attività e passiamo il pomeriggio a non far niente.

Venerdì

Giornata bella e ventosa, leviamo l’ancora per andare nella laguna di un’’isola che si chiama O’Ua. Sulla carta dell’Ammiragliato Britannico la laguna sembra chiusa, ma un neozelandese incontrato a Neiafu, ci ha detto che un ingresso esiste e ci ha fatto anche uno schizzo della passe e del contorto percorso fino all’ancoraggio.

Entriamo con la bassa marea, quindi la barriera corallina è completamente scoperta e l’ingresso è facile, anche se strettino. Lo spettacolo è superbo, con chilometri di reef dorato che racchiudono una piccola e boscosa isoletta verde.

Nel pomeriggio, spinti dal racconto di Gigi che un paio di giorni fa qui ha pescato due aragoste, andiamo a pescare sulla barriera esterna. Il corallo è molto bello e vediamo anche una grossa tartaruga, ma l’acqua è gelata e il forte vento crea delle grosse onde che ci rendono la vita difficile. Per il vento e le onde Annalisa non riesce a tenere il gommone al traino, e quindi pensiamo che sia più prudente rientrare all’interno della laguna. Qui il fondale è meno bello e le aragoste non ci sono, o per lo meno noi non le troviamo!

Rimaniamo in acqua un ora e prendiamo solo del freddo! Ci rifacciamo con un brodo bollente e con una grossa cioccolata in tazza.

Sabato

Cielo sereno e un forte vento antartico, da sud est.

Il freddo patito ieri non ci è bastato, e ci riproviamo. Però a causa del vento cambiamo posto e proviamo ad andare all’interno della barriera sopravvento. L’acqua è bassa poco trasparente e peschiamo solo un paio di pesci pappagallo. Ce ne torniamo in barca più delusi e infreddoliti di ieri.

Nel pomeriggio due ragazzini timidamente si avvicinano alla barca con la loro canoa. Hanno un sacco di arance e parlano, letteralmente, due parole di inglese (“what’s your name?” e “where are you from”) ma non capiscono le risposte.

A gesti ci accordiamo per uno scambio, due magliette usate per il sacco pieno di arance. Se ne vanno via con un sorriso a 32 denti e dopo poco ne arrivano altri due con delle noci di cocco e due papaie. Altro scambio, questa volta gli diamo due cappelli che sembrano gradire tantissimo. Questi ragazzini sono simpatici e intraprendenti, ma per niente invadenti e finalmente siamo riusciti a rimediare un po’ di frutta!