Moyo e Lombok

dal 24/10/99 al 30/10/99

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Moyo e Lombok

Domenica

Con le altre due barche lasciamo l’ancoraggio alle 7 di mattina. Il mare è come l’olio e del vento neanche l’ombra. Siamo diretti a Palau Moyo che dista circa 90 miglia, quindi ci aspetta una notte di guardie per evitare le barche di pescatori. Alterniamo periodi a motore a quelli a vela, più per riposarci le orecchie che per la forzza del vento.

Lunedì

Non arriviamo più!

Avevamo previsto di arrivare a Moyo all’alba, invece per tutta la notte abbiamo avuto una forte corrente contraria che ci ha rallentato tantissimo.

Arriviamo solo nel pomeriggio sotto un bell’acquazzone, incredibile dopo tanto tempo. Ne approfittiamo per una bella doccia rinfrescante e per raccogliere un po’ d’acqua con il tendalino.

Su quest’isola c’è un esclusivo resort e mentre ci passiamo vicino un ragazzo ci viene incontro con un motoscafo dandoci il benvenuto e fornendoci un depliant con il regolamento del luogo ed i prezzi del resort.
Per la modica cifra di 700$ al giorno si può affittare un bungalow, mentre una cena costa 100 $. La nostra guida dice che era frequentato da Lady Diana ed altri vip del suo calibro. Ringraziamo per l’invito ma è fuori budget!

Ci ancoriamo davanti ad un villaggio di palafitte. La baia è circondata dal verde, ben diversa dalle isole dei giorni scorsi, segno evidente che anche il clima è differente e che qui piove molto più spesso. Dato che non possiamo permetterci di cenare fuori, andiamo a fare la “spesa” sul reef. Il corallo è bruttino ma pieno di pesci.

Martedì

Vediamo del movimento sulla spiaggia davanti al villaggio. Una piroga a vela, arrivata all’alba sta scaricando mucchi di foglie di palma già piegate e pronte per essere intrecciate. Sono quelle che vengono usate per costruire i tetti delle capanne.

Scendiamo a curiosare. Ci accoglie Pak Ana, il capo del villaggio che ci invita subito nella sua palafitta per un tè. C’è anche la moglie ed i figli, chiaramente nessuno parla inglese.

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La conversazione è difficile, la nostra padronanza dell’indonesiano è salita a 20 parole, ma con il loro desiderio di comunicare e cercando le parole sul dizionario riusciamo a scambiare qualche frase.

Il problema è capire le risposte! Il nostro dizionario è solo inglese indonesiano quindi quando ci parlano facciamo dei gran sorrisi (sicuramente idioti) e cerchiamo di immaginare cosa ci stanno dicendo.

La capanna è sollevata circa un metro da terra, le pareti sono di pandano intrecciato ed il pavimento è fatto di listarelle di bambù. All’interno è arredata bene, ci sono le sedie il tavolo ed una splendido mobile in teak su cui troneggia la televisione.

La moglie, carina e gentile, ci serve il tè, dolcissimo come usa da queste parti, poi ci chiede dove abbiamo lasciato i nostri figli. Lei ne ha 10 ed il fatto che non ne abbiamo la lascia piuttosto interdetta. Tira fuori una borsa piena di bellissimi tessuti a mano con colori brillanti. Annalisa le propone uno scambio, ma non funziona, i tessuti sono di una sua cugina, lei di solito li vende a quelli del villaggio turistico e la cugina vuole i soldi.

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A gesti e con disegni ci facciamo spiegare come funzionano le correnti lungo le coste delle isole fino arrivare a Lombok. Loro sono esperti navigatori e le loro piroghe non hanno motore, quindi per necessità conoscono le correnti molto bene. Ci consiglia di dirigerci verso la costa di Sumbawa al mattino presto, poi si dovrebbe levare la brezza e con la corrente favorevole dovremmo riuscire a raggiungere facilmente Lombok.

Il dialogo langue, quindi ce ne torniamo in barca non prima di avere ricambiato l’ospitalità e un sacco pieno di manghi con un paio di magliette.

Montiamo il tendalino per raccogliere l’acqua, è in arrivo un bel temporale ed i serbatoi sono quasi vuoti. Poi  andiamo ad esplorare i fondali oltre il villaggio turistico con l’intenzione di procacciarci il pranzo.

Il corallo è quasi tutto morto. Siamo piuttosto delusi, quando arriviamo sopra una parete a picco. I pesci sono tutti lì, enormi!

C’è una tartaruga, un grosso e minaccioso barracuda, un centinaia di “sweet lips” (sono dei pesci con delle grosse labbra e a strisce bianche, nere e gialle, non sappiamo il nome in italiano!)  e una decina di cernie tutti lunghi almeno mezzo metro.

La pesca è facile e abbondante, oggi proviamo a fare i vasetti di cernia sott’olio.
Il tendalino raccogli acqua funziona, durante il breve acquazzone ha raccolto 50 litri.

Mercoledì

Lasciamo Moyo alle 6, non c’e un filo di vento e non ce la sentiamo di seguire le indicazioni dell’esperto locale. Noi abbiamo il motore e facciamo la strada più breve!
Poi si alza il vento e percorriamo gran parte delle 47 miglia che ci separano da Palau Luwang, una piccola isoletta sulla costa nord est di Lombok, a vela.

L’isoletta dietro cui ci ancoriamo non è un granché, è coperta di mangrovie e pullula di zanzare, non scendiamo neanche a terra! A pochi metri di distanza da noi si ancora una barca di pescatori, sporca e puzzolente. L’equipaggio, una decina di ragazzotti, si mettono seduti sul ponte a fissarci come se fossero davanti alla TV.

Poveretti, probabilmente sono solo curiosi e la nostra presenza è qualcosa di anomalo ed inusuale, ma siamo piuttosto infastiditi e tutt’altro che a nostro agio.
Così un po’ per le zanzare, un po’ per gli spettatori, mangiamo sottocoperta con un caldo da sauna.

Poi i pescatori se ne vanno al lavoro e ci possiamo godere in pace una birra fresca in pozzetto al chiar di luna.

Giovedì

Costeggiamo il nord di Lombok. All’interno dell’isola spicca l’alto vulcano la cui cima è quasi sempre avvolta dai nuvoloni. Siamo diretti a Gili Air, un isoletta turistica a nord ovest di Lombok e per tutto il tragitto dobbiamo fare lo slalom tra le reti e le piccole barche da pesca. Sono tantissime e ci vengono i brividi a pensare alle navigazioni notturne che dovremo fare per raggiungere il Borneo e Singapore.

Le acque indonesiane sono basse e pescose e le popolazioni locali pescano in tutti i modi possibili sia il giorno sia la notte. Arriviamo a Gili Air sotto un potente temporale, l’isola è contornata di reef e dobbiamo fidarci ciecamente di quello che ci dice la guida.

”L’ingresso è stretto, ma il canale tra i reef è chiaramente visibile” dice la guida. Noi arriviamo al tramonto, piove e non si vede niente. Entriamo lentamente dove ci sembra che possa essere il canale, decisione presa più per istinto che razionalmente. Il canale c’è e entriamo in una piccola lagunetta dove è ancorata anche Margarita.

Buttiamo l’ancora 3 volte, prima di essere sicuri della tenuta. Margarita è stranamente ancorata vicinissima ad un moletto, sulla barca non c’e’ nessuno. Probabilmente hanno arato. Andiamo a vedere se possiamo fare qualcosa. Ora sono vicinissima al molo, ma la catena sembra tesa e possiamo fare poco, se non dare un’occhiata ogni tanto e in caso mettere un’altra ancora.

Questa sera andiamo a cena fuori, il posto è carino, stradine di sabbia tra le palme, con localini arredati tutti con sedie e tavoli in bamboo. La cena è molto economica ma anche poco buona: meglio il cibo italiano sul Walkabout.

Venerdì

Siamo stanchi, oggi non ci muoviamo.

Dietro il porticciolo stipato dei tipici trimarani indonesiani, fatti con una canoa in mezzo e due sottili bilanceri sui lati, ci sono diverse costruzioni tradizionali, perlopiù adibite a ristoranti.

Più all’interno c’è il villaggio vero e proprio, lo stile delle costruzioni è lo stesso, ma nei cortili girano le galline i maiali e le capre insieme ad una moltitudine di bambini. Ci sono anche dei campi coltivati, alcuni li stanno arando con un aratro primitivo trainato da una coppia di bufali. Le strade sono tutte di sabbia ed i mezzi di trasporto sono dei colorati carretti trainati da un pony.

Noi camminiamo e ci facciamo il periplo dell’isola, per fortuna la stradina è quasi tutta all’ombra e per lo più sabbiosa dato che le scarpe sono rimaste a bordo.

Ci spostiamo nella baia di Lombok che sta di fronte a Gili Air, domani vogliamo
fare un giro all’interno, quindi vogliamo lasciare la barca in un posto sicuro.

Sabato

Notte movimentata con forti raffiche e verso le quattro, quando il vento si è un po’ calmato è iniziato il concerto dei muezzin. Ci sono almeno tre moschee nei paraggi e sembra che facciano a gara a chi urla più forte.

L’appuntamento è per le 8.30 e la nostra guida arriva puntuale. Purtroppo la contrattazione non è finita. Vuole altre 30.000 rupie perché dice che il proprietario del minibus non è contento con la cifra pattuita ieri. Lorenzo perde la pazienza.
“Basta, andiamo con il bemo (i trasporti pubblici), questo è inaffidabile e non è mai contento”.

Il ragazzino capisce che facciamo sul serio. Si parte. La strada si inerpica in mezzo alla foresta. E’ la “Monkey forest” e, infatti, lungo la strada ci sono decine di scimmie che ci osservano passare con i loro occhietti vispi sperando forse in qualche nocciolina. Dall’alto si gode una bella vista sulla baia. Dalla foresta poi scendiamo in pianura, attraversando migliaia di campi di riso a terrazza e grandi coltivazioni di noccioline.

I campi sono pieni d’uomini e donne con larghi cappelli che lavorano chini sulle piantine di riso. E’ la stagione del raccolto, i campi sono secchi e gialli. Altri campi sono invece allagati e pronti per ricevere le nuove piantine di riso. Le varie regioni si sono specializzate, in una zona si coltiva solo il riso, nell’altra fanno le sculture in legno, in un altra fanno i vasi in terracotta o tessono gli ikat.

Il programma prevede una “penosa” visita a due poveri elefanti. Hanno una zampa anteriore incatenata con una zampa posteriore e non possono spostarsi. Per ovviare a questo si dondolano continuamente tra una zampa e l’altra in un movimento “sclerotico” tipico degli animali in gabbia. Ci fanno pena, rifiutiamo l’offerta di un giro sul dorso dell’elefante e ce ne andiamo.

Visitiamo poi un paio di paesi, in uno lavorano il legno e nell’altro la terracotta. Sono molto turistici, ci sono centinaia di negozi, tutti con le stesse cose
e i venditori sono piuttosto assillanti. Non c’è niente d’interessante, e poi non abbiamo spazio a bordo per i souvenir, quindi non compriamo niente con grande disappunto della nostra guida che evidentemente prende una percentuale dai negozianti.

Ci fermiamo a vedere una piccola fabbrica di ikat. C’è una dimostrazione di tessitura a mano da parte di una ragazza che è abilissima a maneggiare le decine di fusi con i fili di colore differente. Riprendiamo il giro, ma ci sentiamo
in gabbia. Non ci piace questo modo di girare, con una guida servizievole sempre in attesa di una mancia o di poter guadagnare qualcosa. Preferiamo andarcene in giro per conto nostro in modo da poterci fermare nei posti che riteniamo interessanti e scambiare quattro chiacchiere con la gente.

Visitiamo il tempio buddista di Lingasar. E’ un complesso piuttosto grande racchiuso da un alto muro, costruito nel ‘700. Ci sono decine di persone all’ombra delle tettoie che pregano, mangiano, dormono. Sembra che le famiglie vengano in vacanza al tempio per pregare e rilassarsi. Comunque anche il tempio si è commercializzato, si paga per entrare, per affittare una fascia rossa (obbligatoria) da mettersi in vita, per il parcheggio e all’interno è pieno di venditori assillanti.

Siamo stanchi, chiediamo di andare al mercato a comprare frutta e verdura e di tornare. Il mercato è il posto più interessante. Una moltitudine di odori, colori, persone e mosche ci ubriacano. Su ogni cosa bisogna contrattare, dato che il primo prezzo è sempre due o tre volte superiore al prezzo normale.

Però le donne sono simpatiche e normalmente dopo qualche schermaglia riportano i prezzi al giusto livello. Ci compriamo un sacchetto di gamberetti sgusciati e un sacco di frutta e verdura fresca.

Torniamo in barca storditi e ci facciamo un bel bagno rilassante. Per cena spaghetti con i gamberetti.