La selvaggia costa nord-ovest del Madagascar

158 dal 4/06/00 al 10/06/00

Domenica

E’ una splendida giornata! I colpi di vento sono più sopportabili, è più costante ma ulula e fischia tra le sartie.

Avvistiamo una piccola barca di pescatori che spunta da sud; sono timidi e ci passano lontani.

Passiamo il giorno a fare lavoretti ed a rilassarci poi concludiamo con uno splendido tramonto che ci godiamo seduti in pozzetto sorseggiando un bicchiere di birra di nostra produzione.

Lunedì

Il vento si è stabilizzato, non ci sono più le raffiche. Oggi abbiamo in programma un lavoro che rimandiamo da mesi: la riorganizzazione dell’impianto idrico.

Trafficando sulla presa a mare della cucina Lorenzo ha un’amara sorpresa; la valvola gli rimane in mano e dal foro della flangia sullo scafo inizia ad entrare un potente flotto d’acqua.

Panico!!

Il primo istinto è di chiudere il foro con la mano, il che oltre a non sortire grandi effetti gli causa anche una bella ferita. Annalisa accorre e immediatamente prende i tappi di legno che per fortuna teniamo sempre a portata di mano. In qualche modo riusciamo a tappare il buco e sgomenti pensiamo a cosa fare.

Per questi scopi abbiamo un pezzo di compensato con su una faccia incollata della gomma morbida. Ne tagliamo un pezzo piccolo, gli facciamo un foro al centro e troviamo un lungo bullone.

Quindi Lorenzo va in acqua e dall’esterno pone il tappo davanti al foro, poi stringe il bullone che entra all’interno dello scafo in modo da realizzare una chiusura stagna e sicura.

La situazione torna sotto controllo. Ci facciamo un piatto di pasta al pomodoro e nel frattempo cerchiamo di capire cosa sia successo. Guardando il moncone di tubo non ci vuole molto a capire.

La parte filettata è corrosa ed arrugginita ed è proprio lì che ha ceduto.

Un brivido ci corre lungo la schiena: se succedeva qualche giorno fa, quando eravamo in mezzo all’Oceano Indiano, magari di notte in mezzo alla burrasca, finivamo a far compagnia ai pesci!

Passiamo il pomeriggio a controllare le altre 4 prese a mare, che per fortuna sembrano in buono stato. In ogni caso decidiamo che ci faremo portare tutte le flange rifatte in inox 316.

Martedì

Alle 3 sentiamo dei rumori e ci svegliamo a vedere. E’ una piccola barca con un vecchio e rumoroso fuoribordo. Non hanno alcuna luce, ma intravediamo i volti delle tre persone a bordo che stanno fumando. Ci passano vicini, parlottano ma poi per fortuna proseguono la loro rotta verso nord.

Laviamo la sentina con un po’ di acqua dolce (poca perchè l’acqua inizia a scarseggiare!), poi l’asciughiamo e sistemiamo il casino che abbiamo fatto ieri.

Mercoledì

Il vento ha ripreso a soffiare ed ululare.

Dato che abbiamo problemi di corrosione costruiamo due zinchi collegati a due pezzi di cavo d’acciaio flessibile. Li metteremo in acqua durante le lunghe soste per ridurre il rischio.

Siamo “in riserva” con l’acqua dolce ed è tempo di spostarci verso la civiltà, domani ci spostiamo.

Giovedì

Il vento è buono, si parte, Dobbiamo andare verso sud, scapolando il capo Saint Sebastien. La navigazione fino al capo è tranquilla con il vento che va e viene.

Arrivati in prossimità del capo il tempo deteriora e iniziano i colpi di vento ed i temporali. Il tutto mentre ci troviamo a dover passare tra il capo e una serie di isolette e scogli che gli stanno davanti. Passiamo il capo con due mani e l’olimpico e ci ritroviamo 25 nodi di vento che viene esattamente dalla direzione in cui dobbiamo andare.

Iniziamo a fare dei bordi duri e di scarso rendimento, anche a causa della corrente contraria.

Si sta facendo tardi e dobbiamo entrare in una baia (Ampanamonty)  di cui abbiamo solo uno schizzo; smettiamo di fare gli sportivi e ci aiutiamo con il motore.  La baia è molto protetta, e come passiamo la “passe” il vento si calma e piano piano ci ancoriamo dietro l’isoletta pochi minuti prima del tramonto.

Siamo infreddoliti nel fisico e nell’anima, non pensavamo di dover lottare così per un trasferimento. Ci riscaldiamo con una minestrina liofilizzata bollente.

Venerdì

Il vento è molto forte anche oggi. Dal nostro ancoraggio vediamo in lontananza le onde con le creste bianche e non ci passa neanche per l’anticamera del cervello di muoverci. In realtà ci muoviamo, ma di poche decine di metri per andare più a ridosso tra l’isoletta e la costa.

La baia è vasta tutta circondato da fitta vegetazione; il fondale è basso e in certi punti sembra quasi insabbiata. Guardandosi in giro  non si vede nessun segno di vita, neanche un filo di fumo lontano.

Facciamo il pane e la pizza e ci rilassiamo per tutto il giorno.

Verso sera ci vengono a fare compagnia una coppia di delfini che “pascola” vicino alla nostra barca e si fanno sentire sbuffando a pochi metri da noi. Al tramonto stormi di centinaia di uccelli tornano dal mare verso terra.

E’ un piccolo paradiso!

Sabato

Il tempo è migliorato, il cielo è sereno e il vento normale.

Abbiamo visite!!

Un ometto magro con i capelli brizzolati arriva pagaiando sulla sua canoa. Non parla nessuna lingua a noi conosciuta per cui si comunica a gesti. Ci mostra un cesto di vimini dentro al quale legati a grappoli ci sono 6-7 grossi granchi: Sono completamente sporchi di fango e non siamo proprio entusiasti dell’eventuale scambio, ma poi per non deluderlo, visto che si sarà fatto almeno un’ora di pagaia, gli proponiamo di scambiare i granchi con una maglietta bianca.

E’ entusiasta e in pochi secondi Lorenzo si trova in mano un grappolo di granchi agitati che lasciano la scia di fango. Non sappiamo come gestirli, per cui per il momento li chiudiamo nel gavone dell’ancora, poi studieremo come farli. Il nostro nuovo amico prende la maglietta, pulita, la butta nel fondo della canoa piena di fango e se ne va contento e soddisfatto.

Facciamo un giro di esplorazione con il gommone. Dietro i neri scogli sale una fitta boscaglia fino alle pendici delle colline. E’ tutto molto secco e sopratutto sulle vette ci sono ampie zone scoperte di terra rossa. Troviamo qualche capanna di paglia nascosta tra la vegetazione, ma non ce traccia recente di persone.

Torniamo in barca per l’appuntamento radio e poi prendiamo su i nostri granchi, una pentola e una vecchia spazzola per lavare gli indumenti.

Li laviamo sul bagnasciuga spazzolandoli per bene, poi accendiamo il fuoco e mettiamo a bollire l’acqua. Quindi immergiamo i granchi e immediatamente prendono un invitante colore arancione simile a quello delle aragoste. per spolparli torniamo in barca almeno stiamo seduti e non ci sono le mosche.

I granchi si rivelano eccezionali, la loro carne è meglio di quella delle aragoste!  Lavoriamo un’ora per ottenere una ciotola piena di polpa. ne mangiamo una metà per cene e con l’altra domani ci faremo i ravioli.