Le Chagos: ultimo paradiso

Le Chagos. L’ultimo paradiso.

“Un atollo, o lo si ama con tutta l’anima o non lo si ama per niente!” Sono le parole di Bernard Moitessier, il grande navigatore francese scomparso recentemente, idolo e modello di tutti i vagabondi dei mari.

Luglio 2000

Noi adoriamo gli atolli, la vita da Robinson, i colori della laguna, le lunghe spiagge bianche, i ciuffi di palme per non parlare della fantastica vita sottomarina della barriera corallina. Ed è proprio per questi motivi che, a bordo del nostro Walkabout, abbiamo fatto rotta sull’atollo di Salomon nell’arcipelago delle Chagos. Ad un migliaio di chilometri a sud delle Maldive, le Chagos sono un gruppo di atolli sperduti nel mezzo dell’Oceano Indiano, sono disabitati ad eccezione di Diego Garcia che è sede di una base militare strategica americana. L’arcipelago, facente parte del BIOT (British Indian Ocean Territory), era abitato fino agli anni 70, quando gli inglesi affittarono l’atollo di Diego Garcia agli Stati Uniti. Gli abitanti che si erano installati nell’arcipelago qualche secolo prima e che vivevano raccogliendo le noci di cocco ed estraendone l’olio, furono deportati in massa e rilocati nelle loro isole di origine: le Mauritius. Attualmente le isole sono state dichiarate parco marino e grazie al loro isolamento sono uno dei pochi paradisi incontaminati rimasti sulla terra.

Siamo giunti all’atollo di Salomon dopo una traversata di 600 miglia (circa 1000 km) da Male capitale delle Maldive. Eravamo stracarichi di gasolio per superare a motore le calme di vento equatoriali. Ma il vento non è mai mancato anche se proveniva dalla direzione contraria alla nostra rotta così da costringerci ad una penosa settimana di navigazione di bolina: era come stare dentro un’enorme lavatrice. Quando finalmente abbiamo varcato la passe (l’apertura della barriera corallina che permette l’ingresso all’interno dell’atollo) è stato come passare dall’inferno al paradiso. Fuori il mare era molto mosso con le creste delle onde che vaporizzano a causa del forte vento, all’interno la laguna era un lago di uno splendido colore turchese. Anche il tempo, avvicinandosi alle isole, era cambiato. Dopo una settimana di piogge e temporali il cielo si era colorato di un blu intenso e costellato di uccelli marini.
Ci siamo diretti nell’angolo dell’atollo più protetto dai venti e abbiamo ancorato il Walkabout passando una catena attorno ad una grossa conformazione di corallo quasi a voler sottolineare la nostra intenzione a non volerci muovere di li per un bel po’, ma anche per non rovinare il fondale con l’ancora.

Il primo giorno lo abbiamo passato in pieno relax, con il principale obiettivo di recuperare il sonno perduto durante i turni di guardia della traversata poi abbiamo preso il semplice ritmo di vita dell’atollo. L’attività principale è quella di procurarsi il cibo per la cena! L’isola non offre molta varietà: ci sono i pesci nella laguna ed i cocchi a terra. Si può fare pesca subacquea immergendosi nelle limpide acque della laguna, girovagare con il gommone con al traino una lunga lenza o quando si è pigri semplicemente pescare con amo e filo dalla barca.

Dai polinesiani abbiamo imparato a utilizzare le palme del cocco ed i suoi frutti. Dal tronco delle piccole piante si ricava “l’insalata” ovvero il cuore di palma, i cocchi verdi contengono quasi un litro di acqua frizzante buonissima e dalla polpa dei cocchi maturi, grattata e spremuta, si ricava la crema di cocco che è ottima per condire il pesce o fare dei dolci.
Un alimento squisito che abbonda in queste isole, ma di cui è vietata la cattura è il granchio del cocco. E’ un enorme granchio che vive in tane sotterranee, può arrivare a mezzo metro di lunghezza, e ha delle chele potentissime in grado di aprire una noce di cocco o di tranciare un dito di una mano.

Sull’isoletta davanti al nostro ancoraggio gli abitanti Mauriziani hanno abbandonato delle galline che ora sono diventate selvatiche. La tentazione di variare la dieta ittica è stata forte durante tutta la nostra permanenza, ma le galline non hanno collaborato e nonostante i nostri ripetuti sforzi non siamo riusciti a catturarle.

Uno
dei beni più preziosi e’ l’acqua.
Può cadere generosamente dal cielo
durante i piovaschi e quindi essere convogliata tramite un tendalino direttamente
nei serbatoi, ma deve essere sempre usata con parsimonia. In caso di estrema
necessità tra le rovine del vecchio villaggio avevamo trovato un pozzo;
l’acqua era leggermente salata, ma bevibile in caso di necessità e andava
bene per tutti gli altri usi, come docce o il bucato.


Nell’atollo non eravamo soli, c’erano parecchie barche di tante nazionalità
diverse. Le Chagos, grazie alla loro posizione rappresentano un crocevia
per tutti i navigatori dell’Oceano Indiano.
C’era chi proveniva dalle
Maldive, dalla Thailandia o dall’Australia e, come noi, attendeva che
la stagione dei cicloni nell’Indiano meridionale fosse terminata per andare
in Madagascar. C’era anche chi, proveniente dal Sud Africa si preparava
a “svernare” qui o chi arrivando dall’Africa orientale o dal Mar Rosso
attendeva di poter andare verso il sud est asiatico. Così quando eravamo
stanchi di fare i Robinson ci spostavamo nell’ancoraggio principale, dove
c’era un vero e proprio villaggio galleggiante. Ogni scusa era buona per
organizzare un party sulla spiaggia: dall’anniversario di matrimonio
di una coppia, alla partenza o l’arrivo di qualcuno piuttosto che dall’avvento
della luna piena o la riparazione di un guasto su qualche barca.

Ogni
equipaggio cucinava un piatto cercando di fare il proprio meglio con gli
scarsi ingredienti a disposizione, e poi si disponeva tutto su un tavolo
improvvisato (2 assi appoggiate su barili arrugginiti), il tutto innaffiato
da abbondante vino di riso, una bevanda leggermente alcolica, frizzantina
e dolciastra, che tutti gli equipaggi producevano in barca facendo fermentare
del riso e della frutta. Ci sono stati anche i mercatini e gli scambi.
“Ho finito la farina” e “Io, invece, non ho più il pepe” e l’affare è
fatto! Un sacchetto di farina in cambio di un barattolo di pepe. Ma gli
scambi non si limitavano alle cose materiali. Le informazioni sui futuri
paesi da visitare, così come sulla manutenzione della barca erano al centro
dei principali argomenti di conversazione. Così prima di affrontare uno
dei numerosi punti della propria lista dei lavori da fare, bastava chiedere
in giro per trovare qualcuno che ha avuto lo stesso problema o che è esperto.
Ognuno mette a disposizione la propria professionalità, c’è Michael il
medico, John il meccanico, Mark il frigorista, Luis l’elettricista, e
noi che siamo informatici. Lo scambio è continuo e il pagamento solitamente
consiste in un invito a cena o in una preziosissima bottiglia di vino,
vero.