L’arcipelago delle Luisiade

dal 05/09/99 al 11/09/99

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L’arcipelago delle Luisiade

Domenica

Ci svegliamo all’alba, dopo aver dormito 12 ore. C’è il sole, il posto è splendido, siamo riposati ed il morale è altissimo per l’entusiasmo dell’arrivo in un posto nuovo.
Ora c’è la bassa marea ed il reef ai bordi del canale è scoperto. Ora si vede bene, il canale non è più largo di 5 metri (il Walkabout è largo 3.3 metri!), e l’uscita, rendendosi conto di quello che si sta facendo, è peggio dell’entrata di ieri sera. Per fortuna non c’è vento ed usciamo dritti senza toccare niente.
La giornata è bellissima. Non siamo più abituati a vedere il cielo azzurro per tanto tempo di seguito così ci dobbiamo dare anche la crema solare, per evitare di bruciarci!
Dalla carta sembra ci sia un passaggio tra i reef che porta all’interno del grande atollo che contiene le Calvados Chain. Questo ci farebbe risparmiare una decina di miglia, ma la carta è vecchia e non troppo dettagliata, e poi chissà che corrente c’è nel passaggio poiché mette in comunicazione l’oceano con una grande laguna.
Si è alzato il vento e propendiamo per la strada lunga. Bella navigata tranquilla che ci porta alla passe Mudumu Iva verso mezzogiorno. Proprio nella passe abbocca un grosso whaoo alla nostra traina. L’ingresso anche se largo è meno agevole del previsto. C’è una fortissima corrente che si scontra con le onde create dal vento e si formano delle onde ripide e poco piacevoli.
All’interno della laguna il mare è più calmo e percorriamo facilmente le altre 10 miglia mancanti per arrivare al villaggio di Nimoa. La laguna è costellata da secche non segnalate, quindi bisogna stare sempre all’erta, ma ormai siamo abituati.

L’isola di Nimoa è bella, verde c’è una splendida luce ed il cielo è azzurro intenso. Siamo stanchi ed il sole inizia ad abbassarsi, è tempo di trovare un posto dove fermarci.
“C’è un altra barca!” urla Annalisa “passami il binocolo, forse la conosciamo”
“E’ canadese, ma non l’abbiamo incontrata prima!”
Ci ancoriamo di fianco a loro, su un fondale di venti metri, troppo soprattutto con il salpancore che non funziona, ma non abbiamo trovato niente di meglio.
E’ il pomeriggio della domenica e al villaggio, che è sede di una grossa missione cattolica, c’è molto animazione. Ci sono molte piroghe che stanno per prendere il mare, evidentemente sono venuti per la messa dalle altre isole e ora ritornano a casa.
I canadesi ci vengono subito a dare il benvenuto, è una famiglia con due ragazzine ed hanno voglia di chiacchierare siamo la prima barca che incontrano in due mesi!

Lunedì

Alla domanda : “ci sono le aragoste?” ieri un ragazzo su una canoa ci ha risposto “plenty!”
Così appena svegli, alle sei ci buttiamo in acqua; L’acqua è torbida e piena di una specie di gelatina bianca, forse il corallo sta rilasciando le proprie “spore” (o uova?).
Non vediamo neanche un’aragosta, Lorenzo pesca un pesce, ma quasi per sbaglio.
Il pesce lo regaliamo ad una donna con un bimbo che viene a salutarci. Ricambia il regalo con tre conchiglie enormi che lei usa per sgottare (togliere l’acqua dalla canoa), sembra felice per lo scambio e ci fa un largo sorriso.
La giornata è splendida ed il cielo azzurro senza neanche una nuvola.
Scendiamo a terra. Questo non è un villaggio, ci dicono, ma la sede della missione cattolica. C’è la chiesa, l’ospedale, un negozio, un campo da calcio e uno da pallavolo.
Sulla spiaggia una tettoia fatta di foglie di cocco, all’ombra un lungo tavolo su cui stanno seduti una decine di persone, per lo più donne e bambini.
Ci invitano all’ombra e dopo qualche convenevole (da dove vieni, quando siete partiti, dove avete lasciato i vostri figli,….) iniziano a raccontarci le loro storie.
Una vecchia donna fa da padrona di casa è simpaticissima. Ha la bocca completamente sdentata e tinta di rosso, parla in modo incomprensibile, ma è molto estroversa e si fa intendere. Sparisce nella capanna e dopo poco ritorna agghindata con il vestito della festa, il gonnellino di paglia e i fiori all’orecchio e nel braccio.

Ci regala un cesto intrecciato e ad Annalisa due braccialetti da tenere nel bicipite che servono per trattenere il gambo dei fiori.
Tutti hanno i denti rossi a causa della noce di betel, che qui ed in tutto il sud est asiatico masticano continuamente.
La noce è pestata in un piccolo mortaio e poi è masticata insieme a della calce spenta , che producono cuocendo il corallo sul fuoco e mantengono in sacchetti o piccoli contenitori. Questa mistura dal colore rosso acceso, ha un leggero effetto narcotico e sembra che tolga gli stimoli della fame.

 

Come effetti negativi tinge la bocca di rosso, provoca un’eccessiva salivazione e tra l’altro causa la caduta dei denti.
Facciamo una passeggiata per la missione, ma è quasi mezzogiorno il sole picchia e non c’è in giro quasi nessuno.

Sulla barriera, a secco per la bassa marea, c’è “parcheggiata” una piroga e abbiamo modo di ammirarla da vicino. Lo scafo della canoa principale e’ un tronco scavato con delle assi cucite per alzare il bordo libero. Il tronco non è scavato completamente così la parte inferiore essendo piena è più pesante e fa da zavorra. Lo scafo che fa da bilanciere è ricavato da un tronco, non scavato, di legno leggero, tipo balsa. Non abbiamo visto chiodi metallici e tutte le giunzioni sono fatte con chiodi di legno o legature.
Tutti i materiali utilizzati, a parte le vele, sono di provenienza locale, e i costruttori sono di un abilità straordinaria.
Ci racconteranno che quasi tutte le canoe sono costruite da un unica tribù, che vive su un isola vicino alla isola principale della Nuova Guinea (lì si procurano gli alberi). Le canoe sono in “vendita” in cambio di maiali, asce o collanine o anche come pagamento per procurare una moglie ai giovani dell’isola, raramente usano soldi.
Di ritorno in barca ci fermiamo dai canadesi e passiamo il pomeriggio a chiacchierare e a raccontarci le rispettive esperienze.
Uno splendido tramonto chiude la giornata degnamente.

Martedì

Dopo aver fatto il tradizionale scambio di libri già letti con i canadesi ci prepariamo ad una faticaccia: salpare l’ancora su un fondale di 20 metri con 60 metri di catena, a forza di braccia giacché il salpancore non funziona.
Ci mettiamo mezz’ora e Lorenzo deve anche immergersi per andare a liberare la catena che si era avvolta ad una testa di corallo. L’acqua è torbida, ed in apnea non è una bella esperienza tirare una catena a 20 metri di profondità.
Per fortuna con un paio di immersioni la catena si libera e riusciamo a salpare.
Partiamo malvolentieri, i canadesi sono simpatici, ma abbiamo poco tempo e vogliamo vedere un vero villaggio.
La navigazione tra le isole è splendida, c’è il sole che fa risaltare il blu del cielo ed il verde erba appena nata sulle colline.

Ogni tanto incrociamo una piroga a vela, sono velocissime e danno l’impressione di navigare bene anche di bolina. Le vele sono fatte con la tela di plastica che normalmente si usa per fare i sacchi, sono spesso rattoppate, ma hanno una bella forma.
Percorriamo 12 miglia prima di buttare l’ancora davanti a Mevaisi Island, nella baia di Messesai. L’acqua davanti al villaggio è troppo bassa, quindi ci ancoriamo un po’ distanti, andremo poi a trovarli con il dingy.
Piccola battuta di pesca, anche qui l’acqua è torbida e non peschiamo niente. Poi andiamo a visitare il villaggio.
La gente è splendida sorridente e felice. Nel villaggio c’è una certa animazione, domani arriva la nave che raccoglie la copra (cocco seccato da cui si estrae l’olio), e tutti sono indaffarati a lavarla e metterla nei sacchi.
Il nostro sorriso si spegne quando vediamo due gemellini con la pancia gonfia e gli occhi purulenti, non hanno più di due anni. Parliamo con la madre, ci dice che quasi tutti i bimbi al villaggio hanno diarrea e vomito. Lei ha 26 anni, sette figli ed uno in arrivo accetta la malattia dei piccoli come un inevitabile destino e ovviamente si stupisce come noi ancora non abbiamo figli.
Gli promettiamo di tornare domani con qualche rimedio. Non siamo esperti, e chiediamo aiuto per radio a chi ha già avuto figli e ha più esperienza di noi.
Daniela, ci consiglia di non dargli medicine, il dosaggio è per gli adulti e bisognerebbe scoprire le cause, meglio consigliargli di bere l’acqua in cui ha bollito il riso.

Mercoledì

Ci fanno visita tre ragazze in canoa hanno il solito sorriso smagliante e rosso, per il betel. Voglio fare degli scambi, hanno delle banane, delle papaie e una dozzina di uova. Una di loro ha un in grembo un bimbo che dorme come un bambolotto incurante dei movimenti anche bruschi della madre.

Come al solito è Annalisa che commercia. Per ogni cosa che lei mostra, le tre si scambiano delle occhiate e decidono se le interessa o no.

Diamo loro un sacco di vecchia biancheria e magliette. Se ne vanno soddisfatte e anche noi lo siamo, contenti sia dei nuovi cibi in cambusa sia per aver fatto spazio negli stipetti.
Nel pomeriggio andiamo di nuovo al villaggio per portare un sacco di riso e qualche medicina alla mamma delle gemelle.

Ci viene incontro una donna vestita con il gonnellino di paglia. Ieri non c’era, ci dice, perché era ad un funerale nel villaggio vicino. Ha un portamento differente dalle altre donne, evidentemente è di lignaggio superiore, parla un buon inglese e ci dice essere l’infermiera del villaggio. Ci invita nella sua capanna.
La capanna, che è in realtà una palafitta sollevata da terra, e’ spaziosa e fresca. In un unico ambiente c’è lo spazio per dormire con materassini e zanzariere, e l’angolo cucina, dove dentro uno speciale recipiente in terracotta è fatto il fuoco e cotto il cibo.

 

Dato che la padrona di casa parla un buon inglese ne approfittiamo per farci spiegare alcune delle loro tradizioni. All’inizio è riluttante, ma quando poi, dopo un paio di domande capisce che siamo veramente interessati, si inorgoglisce e ci mostra anche i tesori di famiglia.

Manda a chiamare due vecchi, “sono i più bravi a raccontare le tradizioni” ci dice. Arrivano con le camice della festa e la borsetta di pandano intrecciato contenente tutto il necessario per il betel. Solo uno dei due parla inglese, all’inizio è un po’ emozionato, dato che lo stiamo anche riprendendo con la telecamera, poi si “scioglie” e inizia a parlare a ruota libera. Ci racconta di cosa succede per un matrimonio, un funerale, e principalmente su come avviene il commercio Kula .
Rimaniamo due ore ad ascoltare i racconti dei saggi del villaggio, è una bellissima esperienza!

Giovedì

Purtroppo abbiamo fretta (dobbiamo arrivare in Tailandia prima di Natale) e a malincuore salpiamo l’ancora.
Siamo diretti Pananumbara, c’è vento forte da est e un nodo di corrente favorevole, percorriamo le 20 miglia che ci separano in sole due ore e mezzo.
Il tempo sembra peggiorare e quindi non ci ancoriamo all’interno di una splendida lagunetta, che però è aperta a sud est, ma andiamo all’interno della baia di fronte. Ci ancoriamo, purtroppo sui coralli, i 6 metri di profondità.
La baia è bella, protetta e tutta contornata da una lunga spiaggia bianca sulla cui estremità sinistra sorge un villaggio di palafitte. C’è bassa marea e le donne sono tutte sul bagnasciuga a raccogliere le conchiglie. Andiamo a fare un giro sulla spiaggia e a bruciare i rifiuti. 2 ragazze, un po’ “stupidine”,
sembrano vergognarsi quando le salutiamo e non ci danno troppo corda, poi ci
guardano e si mettono a ridere. Sotto un albero, all’ombra un donna con due
bambini sta facendo uno spuntino, sul fuoco buttano delle ostriche, quando si
aprono le raccolgono e le mangiano di gusto. Dice di non parlare inglese e forse
per questo la donna è così schiva. Tornati in barca ci peschiamo la cena.

Venerdì

La notte scorsa abbiamo dormito poco a causa delle forti
raffiche che facevano risonare le sartie e ed il generatore eolico.
Muoversi con il gommone con questo vento è pericoloso, se ci si ferma il motore
chissà dove finiamo, e così ce ne stiamo in barca a studiare la rotta per lo
Stretto di Torres e a impostare il GPS con i punti per evitare le centinaia
di isolette o barriere coralline che sono disseminate nello stretto tra l’Australia
e la Nuova Guinea.
Non riceviamo nessuna visita, forse c’è troppo vento anche per le loro canoe
e siamo ancorati lontani dal villaggio.
L’umore è basso, ci eravamo illusi di chiudere il Pacifico in bellezza con il
bel tempo, invece si prospetta una navigata con mare e vento grosso.

Sabato

Il vento si è calmato, scendiamo a terra con due obiettivi:
rimediare delle papaie per la prossima traversata e un bagwi, cioè una collana
rituale fatta con dei dischetti ottenuti dalle conchiglie.
Questo villaggio è sul confine tra l’aria di influenza della missione cattolica
di Nimoa e quella della missione protestante, e così nel bel mezzo del villaggio
c’e’ un muro invisibile che separa le abitazioni dei cattolici da quelle dei
protestanti, un po’ come in Irlanda del nord.
Ci accoglie il pastore protestante che è l’unico che parla inglese. Andiamo
a zonzo per il villaggio e capanna per capanna scambiamo magliette, riviste
italiane, e altre cianfrusaglie, per le papaie. Siamo l’attrazione del giorno
soprattutto per i bambini che ci corrono dietro o non ci mollano le mani.
Il pastore ci invita nella sua capanna ha una moglie e due figli e fa anche
da maestro e da tutore dell’ordine.
Anche a lui chiediamo di spiegarci le loro usanze in fatto di matrimoni, funerali
e sul commercio Kula.
Una cosa interessante, lo stipendio del maestro è ricavato tassando tutti gli
abitanti del 10% di ogni guadagno e poi prende qualche altro sussidio dallo
stato.
Purtroppo le trattative per un bagwi non sono andate bene, sembra che nessuno
sia disposto a cederne uno, forse la nostra merce di scambio non è appetitosa,
o forse vorrebbero dei soldi veri.
Una signora ci ha promesso che sarebbe venuta in barca, con la canoa, voleva
delle pentole e noi avevamo acconsentito l’abbiamo aspettata ma poi non si è
fa vedere.
Quando ormai è buio da un ora, mentre stiamo cenando, sentiamo bussare sullo
scafo. E’ un vecchio, ci mostra il bagwi e dice di essere il marito della signora
con cui abbiamo parlato. Lo invitiamo a bordo, gli offriamo una pentola, dei
legumi secchi, riso e magliette. Per lo meno ci rimane un ricordo tangibile
di tutte le tradizioni che ci hanno raccontato e destinate a scomparire.