Apataki

dal 24/01/99 al 30/01/99

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Apataki

Domenica

Questa notte ha diluviato, rispettando gli avvertimenti dei lampi di ieri sera. In mattinata il tempo ritorna bello e ne approfittiamo per andare in esplorazione. Troviamo una piccola laguna con l’acqua blu e letteralmente piena di squaletti. Non vedendoci probabilmente molto bene ed essendo attirati dal movimento dei piedi nell’acqua ci vengono vicini salvo poi schizzare via quando capiscono che non siamo pane per i loro denti.
Riaccompagniamo in barca Gigi e Patrizia e noi andiamo a pescare nel nostro supermercato preferito. Ci fermiamo poi in spiaggia a pulire e sfilettare il pesce, e anche qui gli squaletti, attirati dal sangue si fanno intraprendenti e a volte ci tocca tirargli qualche sassata per evitare che ci rubino il pranzo.

Lunedì

Altro temporale notturno con il vento che ha girato a sud est rendendo l’ancoraggio poco confortevole. Decidiamo di spostarci nell’angolo nord est in posto che si chiama Teomemahina. Siamo esattamente contro vento e ce la facciamo a motore per evitare di fare dei bordi tra le teste di corallo. L’angolo è tranquillissimo e molto bello: le spiagge bianche staccano tra l’acqua azzurra e il verde delle palme.

Nella parte sottovento dell’atollo la laguna è differente. Il fondo è più basso, circa 6-10 metri e la sabbia sulle spiagge è più fina e a volte ha delle striatura rosa. Vicino a riva ci sono decine di teste di corallo che arrivano a pelo d’acqua. E’ lì che andiamo per procurarci la cena: un paio di cerniotte.

Martedì

Siamo ancorati davanti all’allevamento di perle di Josephine e nonostante non si veda in giro nessuno, andiamo a farle visita. Purtroppo Josephine e la sua famiglia non c’è, sono andati a portare il pesce pescato alla passe, dove si ferma una navetta che poi lo porta a Papeete. Ci sono solo due lavoranti che sotto il sole cocente con il machete stanno pulendo una grossa area di motu dalla folta vegetazione. Non parlano molto francese, così la comunicazione finisce quasi subito. Lasciamo a vela questo bel posto per andare nell’angolo sud est. Durante la piacevole navigazione ci viene incontro un motoscafo: è David, un ragazzo francese che ha sposato una ragazza di Apataki e ora vive qui allevando le ostriche. E’ a caccia di granchi del cocco con la moglie ed il proprietario dell’allevamento presso cui lavora. Ne hanno già preso uno e ne stanno cercando altri.
Non resistiamo, torniamo un po’ indietro e ci ancoriamo per andare a vedere questi rari animali. Assomigliano a delle aragoste, ma sono dei granchi che vivono in terra, hanno una chela molto più grossa dell’altra e sono arancioni con delle striature blu. La chela è pericolosa, dato che la usano per aprire le noci di cocco e può tranquillamente tranciare un dito. Questi granchi sono molto apprezzati dai polinesiani e ormai, essendo stati cacciati selvaggiamente, sono abbastanza rari. Salutiamo i nostri amici che si avviano all’interno della fitta vegetazione per cercarne altri e percorriamo le ultime miglia fino all’angolo dove ci ancoriamo davanti alla casa di Assam. Lasciamo la barca come sta e andiamo subito a salutare Assam, che intanto è sulla banchina che si sbraccia. Dall’accoglienza che ci riserva è come essere tornati a casa!
La giornata finisce a cena a terra raccontandoci gli avvenimenti degli ultimi mesi davanti a delle ottime, dopo tanto pesce, cosce di pollo alla brace.

Mercoledì

Alle 7 ci passano a prendere per andare a seguire i loro lavori con le ostriche in mezzo alla laguna. Insieme con Assam ci sono 3 ragazzi che lavorano da lui: Lionel, Tesho (o qualcosa di simile) e Tony. La prima fase del lavoro di oggi consiste nel controllare che la crescita delle piccole ostriche proceda bene (si veda perle.htm per una descrizione della lavorazione delle ostriche perlifere). Arrivati a destinazione i ragazzi si buttano in acqua, armati di fucile subacque e iniziano a passare i filari di batuffoli di rafia per controllare che le piccole ostriche procedano nella crescita, che non ci siano troppi parassiti e che non siano mangiate dai pesci palla e dalle razze leopardo. Ci buttiamo in acqua anche noi e incominciamo a seguirli lungo i filari che sono disposti all’interno di un quadrato di 200 metri per lato. Poi ci spostiamo in un’altra zona per recuperare le ostriche vecchie, che dopo 5 anni di onorato servizio verranno aperte per essere mangiate e per vendere la loro madreperla alle fabbriche di bottoni. Tornati sulla barca domandiamo innocentemente se lavorano con il fucile per unire l’utile al dilettevole in caso qualche pesce gli passi a tiro. La risposta è no, gli serve in caso si faccia vedere qualche altro squalo tigre, dato che il mese scorso ne hanno uccisi un paio di quasi 4 metri. Ci passa subito la voglia di fare il bagno. Lo squalo tigre, “mao tore tore” in polinesiano, è noto per la sua voracità e pericolosità, e insieme allo squalo bianco è considerato il più temibile per l’uomo. Anche i ragazzi polinesiani, che di solito pescano indifferenti alla presenza degli squali, hanno un sacro rispetto per lo squalo tigre. Rientrando ci raccontano che per prendere i due del mese scorso dopo averli tramortiti con la lupara (una cartuccia all’estremità di una lunga asta che esplode al contatto con lo squalo) hanno dovuto sparargli con il fucile parecchi colpi. Erano due femmine e avevano in grembo una decina di squaletti ciascuna.
Ci portano subito a vedere le fauci, che sono appese a seccare e sono a dir poco impressionanti. Ci si entra dentro tranquillamente con le spalle e i denti sono seghettati e affilati come dei coltelli. Inoltre ci sono ben 5 file di denti in modo che se ne perdono uno viene subito rimpiazzato da quello della fila successiva.
Alle 17, dopo avere lavorato tutto il giorno, Tony e Tesho ci passano a prendere con il motoscafo per andare a pescare sulle teste di corallo in mezzo alla laguna. Una meraviglia! Incominciamo a pescare come forsennati fino a che, attirati dal sangue iniziano ad arrivare gli squali. C’è ne uno, un giovane squalo grigio, raira in polinesiano, che è particolarmente irrequieto. Inizia a fare uno strano balletto, contorcendosi tutto, poi improvvisamente inizia a farsi minaccioso con scatti nervosi sempre più vicini. E’ abbastanza piccolo, non più di un metro, ma non ha paura di niente. Lorenzo, Annalisa e Tesho si riuniscono e con le spalle alla testa di corallo cercano di respingerlo puntandogli il fucile e pinneggiandogli contro. Niente da fare, ormai è eccitato e incomincia a diventare pericoloso così Tesho decide di sparargli. Il primo colpo lo ferisce appena sulla schiena, ma non gli fa cambiare idea, così Tesho ricarica e lo becca dietro le branchie. Infilzato dalla freccia si dimena come un forsennato e tenendolo ben lontano lo buttiamo sulla barca. La pesca continua ma ormai non siamo più tranquilli (Lorenzo e Annalisa) così li lasciamo terminare e battiamo in ritirata sul motoscafo. Si cena tutti insieme mangiando il pesce pescato e parlando di squali.

Giovedì

Aiutiamo per tutta la mattina i ragazzi nell’apertura delle ostriche. Si lavora come in una catena di montaggio: Lionel le pulisce dalle concrezioni con un coltellaccio, Tony le apre e le passa a Eiariki (moglie di Lionel) e Annalisa che dopo avere estratto l’eventuale perla, puliscono i due gusci dall’animale.  Tesho e Lorenzo puliscono il muscolo per poterlo poi mangiare a pranzo. Questa sera gli abbiamo promesso che gli avremmo fatto le tagliatelle, quindi alle 17 ci presentiamo in cucina con la macchina per fare la pasta. Il cuoco cinese segue tutte le nostre mosse e non capendo una parola di quello che dice e avendo la sensazione che anche lui capisca ben poco di quello che gli diciamo, Lorenzo prende a parlargli in dialetto romagnolo. “Bota zo” (butta giù) gli dice al momento di buttare le tagliatelle in pentola, e da quel momento questo diventa il suo nuovo nome. Il suo vero nome è impronunciabile. Le tagliatelle condite con un sugo di pomodoro, prosciutto e piselli riscuotono un successone e le finiscono tutte in un battibaleno. Probabilmente sono stanchi di mangiare sempre pesce!

Venerdì

Questa mattina andiamo, insieme a Lionel e Eiariki, al villaggio con il motoscafo per andare a prendere la moglie di Assam e per andare a prenotae l’aereo per il ritorno di Gigi e Patrizia, che intendono anticipare di qualche giorno la loro partenza. Il tragitto fino al villaggio è da lasciare senza fiato. Costeggiamo circa 10 chilometri di reef dove le sfumature del blu e dell’azzurro si sprecano, poi passiamo vicino ad un motu disabitato che si chiama Rue Vahine (Due donne in polinesiano) quindi puntiamo verso il villaggio. Qui insieme a Eiariki, andiamo a salutare i suoi genitori, che se ne stanno beati seduti su una stuoia davanti a casa a intrecciare la rafia per preparare i batuffoli per far crescere le ostriche.
Andiamo all’aeroporto, che è una striscia di asfalto realizzato tra due motu con una capanna per fare il check-in, ad aspettare “Mamy”, la moglie
di Assam. Eiariki ha preparato tutto e siamo “attrezzati” con collane
di fiori d’ordinanza per ogni benvenuto polinesiano che si rispetti.
Siccome tutti hanno le collane di fiori c’è un profumo di tiarè, i classici
fiori bianchi polinesiani, fortissimo, quasi stordente. Quando arriva Mamy,
la riempiamo di collane. Ha il viso tondo e gli occhi dolcissimi e si comporta
come se ci conoscesse da sempre. Il ritorno “a casa” è più duro, sotto
il sole cocente contro il vento e le onde. Durante il viaggio Mamy ci racconta
alcune storie della sua gioventù (lei è nata e vissuta ad Apataki) e del villaggio.
La più curiosa narra di una nave a vapore spagnola che nel 19-esimo secolo ha
fatto naufragio sul reef tra il villaggio e Tamaroo (il motu di Assam). I circa
50 naufraghi sono riusciti a raggiungere Tamaroo e sono sopravvissuti per parecchie
settimane mangiando e bevendo noci di cocco fino a che il trisnonno di Mamy
non li ha scoperti durante una battuta di pesca da quelle parti.
Nel pomeriggio Lorenzo va a pesca con Tesho e Lionel, mentre gli altri vanno
a terra a godersi il tramonto ed ad ammirare Mamy che con abilità ha preparato
per cena il “pan cocò” (farina, noce di cocco germogliata chiamata
anche cuore di cocco, zucchero e farina) e lo ha cotto avvolto nelle foglie
sulle pietre roventi come facevano una volta. Il menù prevede anche un poe poe
di zucca (una specie di budino che però si mangia come contorno) ammollato nel
latte di cocco e l’immancabile pesce fresco e riso bollito. La cena è regale
e la conversazione interessantissima. Ci raccontano com’era la vita sugli atolli
quando erano giovani e sarebbero da registrare per farci un documentario!

Sabato

Andiamo ad esplorare il motu disabitato confinante con Tamaro.
Ci sono i resti di una casa usata come base per una coltivazione di ostriche.
Sembra che i proprietari l’abbiano abbandonata in fretta, lasciando tutto in
giro. E’ molto selvaggio e la laguna che forma con Tamaro è degna dei migliori
depliant turistici. Nel pomeriggio ci passano a prendere Lionel e Moana per
una battuta di pesca alla cernia sul reef. La pesca avviene in meno di un metro
d’acqua e le cernie , numerosissime, se ne stanno nelle loro tane e ti guardano
senza scappare. Ne prende un paio anche Annalisa! Ci graffiamo tutte le ginocchia,
ma facciamo un bel bottino.