Crociera con le nostre mamme

dal 23/01/00 al 29/01/00

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Crociera con le nostre mamme

Domenica

Torniamo a Ko Phanak, il tempo è bello ed il sole ci cuoce. Neanche questa volta riusciamo a nell’hong. Arriviamo in fondo alla grotta, dopo aver remato per 300 metri in mezzo ai pipistrelli, ma è troppo presto si vede la luce filtrare ma non c’è lo spazio sufficiente per passare. Usciamo e ci facciamo un giro lungo l’incredibile scogliera , che con la bassa marea forma una specie di portico dal cui soffitto pendono le stalattiti e le piante grasse. Lo spettacolo è unico e la Renata (mamma di Lorenzo) finisce un intero rullino di foto.

Ci spostiamo a Ko Hong per l’immancabile giro in gommone all’interno della lagunetta. Tornando ci fermiamo su una spiaggetta a cercare le conchiglie. Qui sorprendiamo un bel lucertolone di un metro che al sole si riscalda il sangue. Non apprezza la nostra presenza e come ci vede si dilegua nella vicina giungla. Quando torniamo in barca ci si affianca una barca di una coppia di pescatori. La donna ha in mano tre enormi canocchie (conosciute anche come cicale) e il secchio pieno di grossi gamberi. Annalisa si lancia nella contrattazione e la cena è assicurata. Tagliolini con i gamberi e canocchie alla griglia!

Lunedì

Sole caldo e vento.

Altro giro all’Hong e poi ci spostiamo 15 miglia sud a Ko Yai. Su quest’isola c’è un vecchio pontile di cemento al quale ci si può appoggiare con l’alta marea e quando la marea si abbassa la barca rimane in secca. C’è una barca canadese, Northern Light , che sta proprio facendo quest’operazione. Andiamo a fare la loro conoscenza e a vedere come funziona la cosa, dato che potremmo averne bisogno. Tutto sembra piuttosto semplice, il fondale è piatto e solido e la barca appoggiata sulla chiglia sembra stabile. Il problema che si può compiere quest’operazione solo quando la marea ha la massima escursione, circa una volta ogni 15 giorni, e noi abbiamo la necessità di estrarre l’albero dell’elica e portarlo in un officina per farne uno uguale, dato che quello attuale è irrimediabilmente storto.
Sul pontile ci sono alcune ragazzine che hanno i lineamenti polinesiani. E’ incredibile sembra di essere a Tahiti o a Bora Bora. Ecco una prova sulla provenienza dei polinesiani dal sud est asiatico!

Martedì

Lorenzo rimane in barca a fare un po’ di manutenzione al motore, sostituzione dell’olio, dei filtri del gasolio e dell’olio e sostituzione della girante della pompa dell’acqua.

Intanto Annalisa con le mamme va a fare una visita al villaggio. Sembrava composto da poche baracche ed invece troviamo un bel villaggio di pescatori con una moderna scuola.

I bambini stanno facendo la pausa per il pranzo e quando ci vedono arrivare ci accolgono festosi. Poi orgogliosi ci mostrano le loro aule, la mensa e anche il parco giochi con l’orto.

Nel pomeriggio cambiamo ancoraggio e ci spostiamo a Pearl Island, che si trova ad un miglio di distanza. Riusciamo a malapena a gettare l’ancora che veniamo investiti da un potente temporale con associato diluvio. Sotto gli occhi allibiti delle nostre mamme ne approfittiamo per farci una bella doccia sotto la pioggia. In un ora passa tutto, ma il tempo rimane incerto e la visita all’isola è rimandata a domani.

Mercoledì

La visita all’isola è piuttosto deludente. C’è un allevamento di perle, ma l’inseminazione delle ostriche, che è l’operazione più interessante, è top secret e l’unica cosa che si può vedere è una finta dimostrazione della lavorazione delle ostriche a pagamento.
Decliniamo l’offerta e dopo una visita veloce alla lussuosa show room, piena di collier di perle di scarsa qualità (almeno rispetto alle perle polinesiane) ma di prezzi almeno altrettanto esorbitanti, lasciamo questa trappola per turisti.

Siamo diretti a Ko Lipi, un enorme monolite di roccia che spunta dal mare. L’ancoraggio è profondo, si rolla ed è gia occupato da una barchetta a motore. Però il tutto è molto bello, facciamo un giro costeggiando le alte scogliere e poi ci dirigiamo verso Ko Ray, sperando in un ancoraggio più protetto. Ci ancoriamo davanti alla bella spiaggia di un resort e subito andiamo a fare un giro a terra. E’ interessante: il resort è solo per escursioni giornaliere, ha un campo da golf, uno da pallavolo, un bel ristorante e soprattutto non c’è in giro neanche un turista. Il manager è gentilissimo (forse non ha altro da fare) e ci accompagna per una visita guidata all’isola. Oltre alle attrazioni del resort, c’è anche un allevamento di gamberi, una fabbrica dismessa per la lavorazione del caucciù e una falegnameria. Purtroppo l’ancoraggio si rivela pessimo e con le correnti di marea la barca rolla da far venire il mal di mare.

Giovedì

Siamo tutti stralunati dopo la notte quasi insonne e di prima mattina siamo tutti d’accordo per scendere a terra e fare una bella passeggiata. Percorriamo il bel sentiero intorno all’isola, che si snoda tra la spiaggia e la foresta, fino a che il tempo si deteriora e facciamo appena in tempo per rifugiarsi nel ristorante prima che inizi a piovere. In attesa ci compriamo un po’ di “schifezze” fritte, gamberi, spring rolls e altre diavolerie cinesi o tailandesi.

Torniamo in barca e dato che il tempo è brutto e l’ancoraggio pessimo decidiamo di andare in marina, che romanticamente si chiama Boot Lagoon, ma in realtà si trova in quella che una volta era una palude sull’isola di Phuket. Dato che si trova in una ex palude per arrivarci è stato scavato un canale che è segnalato da una lunga successione di pali piantati nella sabbia. Poi ci si deve inoltrare in uno stretto e a volte poco profondo canale tra le mangrovie fino a sbucare nel lussuoso marina. E’ pieno di barche di lusso e circondato da residence per giapponesi, c’è anche la piscina con la vasca per l’idromassaggio. Ci sentiamo come pesci fuor d’acqua, ma almeno si dorme tranquilli.

Venerdì

Alle 10 si parte, a bordo di un fuoristrada preso a noleggio, per un giro turistico dell’isola di Phuket.

La prima tappa prevede una visita alle Bang Pae waterfall. La cascata non è niente d’eccezionale, ma sono un’ottima scusa per farsi una bella passeggiata nella lussureggiante foresta tropicale. Il parco è inoltre sede di un centro per la riabilitazione dei gibboni. Qui sono portati i gibboni sequestrati nei bar di Patong , dove sono utilizzati come attrazioni, e dei volenterosi ragazzi provenienti un po’ da tutto il mondo, cerca di riadattarli alla vita selvaggia. Una ragazza svizzera ci racconta che l’impresa è ardua, dopo anni di maltrattamenti (sono spesso tenuti incatenati e ubriacati per fare divertire gli avventori del bar) la loro psiche è sconvolta e si comportano come dei malati mentali. Con quelli più giovani la percentuale di successo è più elevata e alla fine del programma di riabilitazione sono liberati in alcune isole deserte (sono segrete)delle centinaia sparse nel golfo di Pang Nga.

La nostra gita procede con la visita ad una piantagione di caucciù. Anche se probabilmente ora non molto redditizie, l’isola è piena di queste piantagioni caratterizzate da lunghi filari di alti alberi della gomma con la corteccia incisa e un barattolo appeso per raccogliere il caucciù. Il lattice raccolto è bollito in apposite caldaie, pressato in forme di tappetini che poi sono essiccati appesi sotto i pavimenti delle case.

La terza tappa prevede la visita ad un allevamento di gamberi. I tailandesi sono ghiotti di gamberi e per ovviare all’immensa richiesta si sono inventati il modo di allevarli. Nei terreni acquitrinosi ai bordi del mare hanno scavato delle grandi vasche con delle chiuse, che sono riempite grazie alle maree. Le vasche piene sono ossigenate, grazie a delle pale azionate da motori elettrici, per circa un mese. Questa operazione serve per permettere la veloce crescita di un alga di cui si cibano i gamberi. Quando l’acqua è completamente satura di alghe sono introdotte le larve di gamberi, (che sono prodotte da aziende specializzate) le quali trovandosi tanto cibo a disposizione si abbuffano a volontà. In un mese i gamberi sono pronti per finire in padella. Purtroppo questo tipo di allevamento ha degli effetti molto negativi sulle acque del golfo di Pang Nga, infatti le acque delle vasche a fine produzione, sono ricchissime di nutrienti e causano grossi problemi di eutrofizzazione e di intorbidamento delle acque.

Non può mancare la visita ad un tempio buddista, wat in tailandese, anche se si rivela piuttosto deludente. Il tempio è bruttino e i monaci più interessati al mondo terreno (leggi soldi!) che a quello spirituale.

Affamati ci fermiamo nel nostro solito posto a Phuket dove per poche migliaia di lire ti servono dell’ottima anatra arrosto o costolette di maiale.

Quindi nel pomeriggio visitiamo le spiagge turistiche della costa ovest, Patong, Karong e Kata e stanchi torniamo in barca appena in tempo prima del diluvio serale.

Sabato

Giorno di partenza. Alle 9 siamo già all’aeroporto per il check in. Imbarchiamo in borsone dal peso di 40 kg pieno di libri letti, e altre cianfrusaglie che abbiamo deciso
non essere utili in barca. La partenza è sempre triste, poi approfittando di
avere a disposizione la macchina cerchiamo un tornitore che ci possa tornire
le estremità del nuovo albero dell’elica arrivato, insieme alle nostre mamme
dall’Italia. Ce né uno vicino al marina, ma è molto piccolo, non parla inglese
e non ci dà nessun affidamento. Siamo indecisi se alare la barca con il grosso
pontone del marina o se andare nel più rustico cantiere per barche da pesca
dove hanno uno scivolo. Andiamo a vedere com’è questo cantiere dal nome difficilissimo:
Ratanachai. Ci fa un ottima impressione, ci sono decine di barche sia da pesca
sia yacht, e c’è una atmosfera di “fervente laboriosità”. Hanno un’officina
molto attrezzata e sono specializzati nella costruzione delle linee d’asse.
Nessuno tra i lavoranti o i responsabili parla inglese, ma c’è una ragazza molto
in gamba che fa da interprete e sorprendentemente è anche esperta e conosce
tutti i termini nautici. Siamo convinti, parliamo con il proprietario e prendiamo
un appuntamento per alare la barca per mercoledì prossimo.

Torniamo in marina dove ci attendono dei grossi lavori. E’
giunta l’ora di installare il rollafiocco e di montare il secondo strallo a
prua. L’idea è di avere due stralli di prua, il principale con il rollafiocco
ed il genoa 150%, il secondario, parallelo al primo ma arretrato di 30 cm, per
utilizzare i fiocchi piccoli con i garrocci. In questo modo con venti leggeri
o incostanti abbiamo la comodità del rollafiocco (il secondo strallo è rimovibile)
mentre quando il vento rinforza, specialmente di bolina possiamo utilizzare
le vele piccole con i garrocci che hanno una forma ed un rendimento nettamente
migliore del genoa arrotolato. Iniziamo con lo smontaggio dello strallo di prua.
Annalisa è issata in testa d’albero, dove lega le due scotte ai golfari dei
bozzelli dello spi. Poi Lorenzo mette in tensione le cime in modo che quando
toglieremo lo strallo l’albero non oscilli o peggio non venga giù. Purtroppo
alcune settimane fa proprio in questo marina uno svizzero è morto a causa del
crollo dell’albero fissato con delle cime. Il suo errore è stato di avere utilizzato
delle cime di nylon che sotto tensione si allunga notevolmente. Inoltre il suo
albero non era passante come il nostro e come ha iniziato ad oscillare è uscito
alla scassa ed è caduto.

Le nostre scotte sono tesissime e quando allentiamo il tenditore
l’albero non fa una piega. Caliamo lo strallo e armati del manuale della Harken
iniziamo ad operare. La prima operazione consiste nel tagliare il terminale
inferiore del cavo di acciaio, poi bisogna infilare i profili di alluminio e
collegarli tra loro con degli appositi connettori, della colla speciale e delle
viti. E’ un lavoro delicato e procediamo lentamente, poi quando verso le 16
ci accorgiamo di stare per commettere un errore nel taglio dei profili, decidiamo
che forse è meglio continuare domani e ce ne andiamo a fare un bagno in piscina.