Le selvagge isole del sud della Thailandia

dal 12/12/99 al 18/12/99

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Le selvagge isole del sud della Thailandia

Domenica

Dopo colazione, sotto un cielo impietoso a bordo del nostro “potente” gommone iniziamo a risalire il fiume. Le aquile ci volano sopra la testa eleganti e curiose, sono numerose e capiamo perché siano il simbolo di Langkawi.

Le scimmie che stanno facendo colazione sulle rive scoperte dalla bassa marea, come al solito non gradiscono la nostra intrusione. Però notiamo che queste sono più curiose, dopo essersi messe al sicuro su qualche ramo ci osservano sgranocchiando qualche crostaceo.

Su un banco di sabbia in mezzo al fiume, scoperto dalla marea, c’è un grosso lucertolone di almeno un metro. Di primo acchito pensavamo fosse un coccodrillo, ma poi dopo averlo visto scappare con l’andatura classica della lucertola ci siamo tranquillizzati.
Ogni tanto vediamo dei piccoli uccelli di un colore blu elettrico intensissimo. Non sappiamo come si chiamino, ma sono bellissimi.

C’è un “bivio”, prendiamo a caso il braccio di destra. Subito dopo un’ansa ci sono delle case di pescatori. La particolarità è che sono costruite su una specie di zattera fatta con delle assi fissate su decine di bidoni. Il tutto è ancorato a terra con delle lunghe cime.

Proseguendo il fiume si fa’ sempre più stretto e spettacolare. Guardando in alto dei picchi di roccia a strapiombo ci sovrastano, mentre i lati del fiume sono affollati dalle mangrovie con il loro intrigo di radici esterne. Sulle rocce gli alberi sono riusciti a crescere in posti impensabili e tutti storti e abbarbicati si godono il loro posto al sole.

Quando il fiume diventa ancora più stretto evitiamo un roccia tagliente ed affiorante per un pelo. Se l’avessimo presa avremmo squarciato il gommone e saremmo colati a picco, e questo sembra proprio un posto da coccodrilli. E’ un ottimo segnale per tornare indietro!

Ripercorriamo all’inverso il fiume, passiamo la nostra barca ed “il buco nel muro” e approdiamo in una piccola spiaggetta raggiungibile solo dall’acqua e ricavata nella nicchia della parete rocciosa. E’ molto bella, ma peccato che sia piena di bottiglie e di rifiuti plastici. Dato che dobbiamo bruciare anche la nostra immondizia ne approfittiamo per fare un po’ di pulizia.

Torniamo in barca appena in tempo prima del temporale giornaliero.

Al tramonto la pioggia smette e ci  godiamo lo spettacolo delle scimmie che litigano rumorosamente sugli alberi a poche decine di metri da noi.

Lunedì

L’idea era di partire presto, ma piove a dirotto e siamo indecisi. Poi alle 10 smette e lasciamo, a malincuore, questo splendido posto. Oggi lasciamo la Malesia per la prima isola della Tailandia, Turatao.

Come al solito non c’è vento, piove ed il mare è “minato” da centinaia di reti.

L’isola è sede di un parco nazionale ed è quasi disabitata. Le alte montagne sono coperte da una fitta coltre di verde e la costa è selvaggia e apparentemente intoccata.

Siamo stufi di andare a motore sotto la pioggia, alla prima baia che troviamo ci fermiamo. Nella baia c’è un gran via vai di barche di pescatori tailandesi che arrivano e si ancorano o si accostano alle altre per riposarsi dopo aver pescato tutto il giorno. e barche sono le famose “long tail” (coda lunga). Un lungo e affusolato scafo di legno di teak non verniciato con montato esterno sulla poppa un motore diesel da cui parte il lungo (2-3 metri) asse dell’elica. Una particolarità è che le barche non hanno timone ed il motore e l’asse sono montati su uno snodo come se fosse un fuoribordo. L’altra particolarità, che ci tormenterà per le prossime settimane, è che i motori non sono silenziati e fanno un rumore infernale, che penetra nella testa come un martello pneumatico.

Molte barche sono abitate da una coppia e come arrivano, le donne iniziano a cucinare accucciate a poppa davanti ad una pentola di riso appoggiata su un focolare di terracotta.

Sono simpatici e ci salutano tutti sorridenti. Fanno una vita molto dura, e quando appena mangiato si stendono sotto qualche telo cerato, all’interno della loro barchetta sotto la pioggia, ci fanno un po’ pena.

Martedì

Questa notte per due volte ci svegliamo a causa di un colpo sordo allo scafo. Usciamo ed in entrambi i casi non vediamo niente, se non l’acqua letteralmente ribollire di pesci. Attirati dal faro le aguglie si lanciano fuori dall’acqua volando per parecchie decine di metri, verticali con la sola coda in acqua. Forse sarà stata un’aguglia che non è riuscita ad evitarci!

Salpiamo alle prime luci, dobbiamo fare 55 miglia per raggiungere l’isola di Koh Kok Nok.

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Procediamo spediti di bolina per una ventina di miglia poi il vento cala e, tanto per cambiare, andiamo a motore.

L’ancoraggio è tra due isole e, dato che sono la sede di un parco Marino, è proibito ancorarsi, ma ci sono dei comodi corpi morti.

Incredibile, ma dopo mesi rivediamo il fondo del mare. L’acqua è limpida e si vedono i coralli e anche dei pesci!

C’è una bella spiaggia di sabbia bianca e ci sono altre quattro barche, tra cui una, Barbarossa, incontrata alle Marchesi.

Mercoledì

Non resistiamo, e nonostante avessimo previsto di partire subito, ci ritroviamo sul gommone a fare il periplo dell’isola a sud. C’è un bel sole, il mare è trasparente e si vedono i pesci ed i coralli sul fondo. L’isola è alta con strapiombi, grotte e cascate spettacolari incastonate tra la brillante vegetazione. Gli uccelli marini che “abitano” sulle alte scogliere, incuriositi ci volano vicino e vengono a vedere chi sono gli intrusi.

La spiaggia è famosa per ospitare un tempietto pieno di simboli fallici, cui i pescatori fanno i lori sacrifici per ingraziarsi gli dei della pesca. Non lo troviamo!

Ora siamo soddisfatti, meriterebbe di fare un giro sott’acqua, ma Lorenzo si è fatto un brutto taglio con il nuovo coltello svizzero comprato a Penang ed è meglio non bagnarlo.

A mezzogiorno l’arrivo di una navetta piena di turisti “daytrippers”, ci convince a partire, anche se vuol dire arrivare alla prossima isola con il buio.

Partiamo a motore, ma poi il vento arrivo, forte e quasi contrario. La corrente è favorevole, ma si scontra con il forte vento e crea un mare confuso e poco piacevole.

La baia in cui siamo diretti è sulla carta molto profonda e protetta, ma quando ci arriviamo dentro, con il buio pesto, l’onda entra e rende l’ancoraggio poco confortevole. Anche qui ci sono i corpi morti, con il faro cerchiamo di trovarne uno libero. Le barche rollano terribilmente.

<< Là c'è una boa libera!>>

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Finalmente arrivati. Crolliamo in cuccetta stanchi.

Giovedì

Il risveglio è sempre piacevole, quando si è arrivati la sera prima con il buio pesto. Chissà come sarò fuori?

Una bella baia con spiaggia bianca, purtroppo piena di sdrai e ombrelloni. Siamo a sole 10 miglia da Phuket, e si vede!

Partiamo subito, così abbiamo tempo di fare i giri urgenti oggi pomeriggio.

Ci ancoriamo ad Ao Chalong, una grande baia nel sud dell’isola di Phuket, piena di barche sia a vela sia locali, di quelle che fanno i tour per i subacquei. Dato l’affollamento ci tocca ancorarci lontani dalla spiaggia.

Siamo finalmente arrivati a Phuket e ora ce la prenderemo un po’ più comoda per un paio di mesi. Siamo stanchi, negli ultimi sei mesi abbiamo percorso un quarto di mondo e ora abbiamo voglia di stare fermi in un posto e rilassarci.

In ogni modo prima abbiamo da sbrigare qualche “faccenda”.

Per noi Phuket significa l’ultimo posto in cui poter fare alcuni tipi di riparazioni o acquisti, poiché per i prossimi mesi saremo in paesi non troppo sviluppati nell’Oceano Indiano.

I lavori grossi che dobbiamo fare qui sono tre: fare galvanizzare la catena dell’ancora che a forza di strisciare sulle rocce si è consumata la protezione e si sta arrugginendo tutta; fare modificare il genoa per poterlo usare con il nuovo rollafiocco; installare un nuovo strallo di prua, arretrato di 30 cm rispetto al primario, per poter utilizzare le vele piccole con i garrocci quando avremo molto vento.

Siamo fortunati.

C’è un australiano che ha un negozio d’attrezzatura nautica usata ed ha organizzato una raccolta delle catene per farle galvanizzare. Siamo arrivati appena in tempo, domani le porta in fonderia. Ritorniamo in barca ci ancoriamo con l’ancora secondaria, carichiamo 120 chili di catena sul gommone e ritorniamo in spiaggia dove ci attende l’australiano con un camioncino. Una faticaccia, ma in poche ore abbiamo depennato un “lavoro da fare”,
non male come inizio!

Venerdì

Noleggiamo un motorino (10.000 lire al giorno) e iniziamo
a frullare come le trottole per le trafficate strade di Phuket per sistemare
le decine di cose rotte (dalle scarpe da risuolare ad una vela da modificare)
dato che qui la manodopera costa poco e lavorano anche bene.

La prima impressione è positiva. La città non è troppo turistica
(la zona turistica è sulla costa ovest dove ci sono le spiagge) ed è abbastanza
caratteristica con le strade affollate piene di negozietti d’artigiani.

Il bello è che nelle botteghe degli artigiani nessuno parla
inglese, quindi noi gli parliamo in italiano facendo grandi gesti con le mani,
gli occhi e la faccia (degni di Dario Fo’) e sembra che capiscano, almeno a
giudicare dalla buona qualità dei lavori. E’ un vero divertimento, e cercando
botteghe più strane, dal calzolaio, al fabbro al tappezziere, giriamo per le
viuzze dove i turisti non entrano e vediamo come veramente vivono i locali.

Per prima cosa ci regolarizziamo e facciamo le pratiche d’ingresso.
Sono abbastanza macchinose e costose e la cosa più scocciante è che ci danno
il visto per un solo mese. Quindi fra 30 giorni ci toccherà andare a Langkawi
e ritornare per avere un nuovo visto.

Poi andiamo alla veleria. E’ molto grande e producono ed
esportano le vele in tutto il mondo, sfruttando la possibilità di avere bassi
costi di produzione, dato il basso costo della manodopera in Tailandia.

Sono molto attrezzati e ci danno affidamento!

Quindi andiamo a leggere la posta in uno delle centinaia
di Internet cafè di Phuket. Qui costano poco e ne approfittiamo.

Arriviamo ad Ah Chalong, che si trova a 15 chilometri da
Phuket, nel tardo pomeriggio, invece di tornare in barca ceniamo fuori in un
ristorantino vicino alla spiaggia, Suda Bar, che ha anche le docce ed è il punto
di ritrovo per gli equipaggi delle barche ancorate ad Ao Chalong. La cucina
tailandese ci piace e mangiare fuori costa meno che fare la spesa e cucinare
in barca.

Sabato

Altra giornata frenetica in giro in motorino alla ricerca di
piccoli pezzi di ricambio tipo, lampadine, fusibili, etc…. Poi portiamo a
riparare il tendalino, le cui cuciture con il sole ed il sale si sono “cotte”.

Per il pranzo troviamo un posto dove
per 1500 lire ti danno un ottimo piatto di riso con gamberi, calamari o pesce
E’ in una specie di garage con uno scaldavivande ed un bollitore per il riso,
nessuno parla inglese e chiaramente è frequentato solo dai tailandesi però ci
piace, ci torneremo spesso.