Madagascar: il villaggio di Antintoro

Agosto 2000

Siamo arrivati nel piccolo villaggio di Antintoro vicino a Nosy Be con l’intenzione di fermarci poche ore per fare rifornimento di acqua e poi proseguire lungo la costa nord ovest del Madagascar. Siamo rimasti 2 settimane e quando siamo ripartiti avevamo un grosso nodo in gola e per consolarci ci ripetevamo “torneremo presto”. In questo piccolo villaggio malgascio abbiamo visto con i nostri occhi le critiche condizioni di vita in cui gli abitanti sopravvivono e i miracoli che la volontà di un solo uomo può fare.

Abbiamo conosciuto Stefano, 45 anni, romano da 7 anni vive tra le mura di una vecchia casa coloniale alle pendici della collina su cui sorge il villaggio di Antintoro. Quando è arrivato qui gli abitanti non avevano acqua potabile e vivevano in condizioni igeniche precarie. Stefano si è rimboccato le maniche e mettendo mano al proprio portafoglio ha realizzato una canalizzazione di un chilometro e mezzo per portare l’acqua da un vicino torrente all’interno del villaggio. Guardando non solo alle necessità ma anche all’estetica ha costruito un quindicina di graziose fontanelle in modo da garantire a tutti un facile accesso all’acqua.

Stefano si è poi trovato, con le sue conoscenze di pronto soccorso, a fare il dottore per curare epidemie di malaria e di colera, col principio che quello che poteva fare era quanto di meglio questa povera gente poteva avere. Col tempo è arrivata l’esperienza e l’aiuto di un équipe medica che una volta all’anno viene a visitare il villaggio con quintali di medicine per curare i casi più difficili, per realizzare campagne di prevenzione e praticare cure odontoiatriche.

Dopo le prime necessità di soccorso medico Stefano ha iniziato a pensare a un futuro per il villaggio, un futuro che doveva essere basato sulla nuova generazione, sui futuri uomini e sulle future donne. E così ha costruito una scuola non solo per insegnare loro a leggere, scrivere e a contare, ma anche per dare loro un modello, uno stile di vita e delle norme igieniche. Letti su cui dormire e tavoli su cui studiare e mangiare, ampie finestre e bagni. Nelle capanne del villaggio non ci sono servizi igienici, si dorme a terra su stuoie di paglia e l’aria è viziata a causa dell’assenza di finestre.

Sempre perché un futuro migliore deve partire dai bambini, è anche in costruzione un piccolo ambulatorio con annessa sala parto. E’ necessario che i parti si pratichino in condizioni di igiene sufficienti e con a disposizione almeno una bombola di ossigeno, infatti, molte delle patologie dei bambini sono dovute a parti troppo lunghi e a delle insufficienze in ossigeno.

Attualmente è una anziana donna, la matrona del villaggio, che si occupa di far nascere i nuovi bimbi. Il travaglio avviene nella piccola capanna della donna su una stuoia di paglia in condizioni di scarsa igiene. Sarà sempre la abile ed esperta matrona che continuerà il suo lavoro quando la sala parto sarà terminata.
Stefano è una valanga travolgente di idee. “Il villaggio deve diventare un giardino botanico”, dice. Questo compito è assai arduo. Alberi centenari vengono abbattuti per costruire un singola canoa quando sarebbero sufficienti poche tavole e, ancor peggio, intere zone boschive vengono bruciate per ricavare piantagioni di riso. Per salvarli, Stefano ha convinto il consiglio del villaggio a dichiarare fadi (tabù in malgascio) gli alberi centenari della zona e ha costruito un sentiero che si snoda tra le capanne all’ombra di enormi ficus Benjamin, palme reali, manghi e altri enormi alberi di specie endemiche.

Siamo stati ad Antintoro 15 giorni, vivendo nel villaggio e filmando la vita dei ragazzini della scuola. Urla e risate quando si sono visti alla televisione, non uno di loro si è addormentato quella sera nonostante l’ora tarda.

E quanta gioia nei loro occhi il giorno successivo. Ci venivano incontro quasi a volerci ringraziare per averli resi protagonisti non solo di un filmato, ma della nostra attenzione. Ci siamo affezionati a quei 50 ragazzini della scuola, in particolare alla piccola Lina. Abbandonata dai genitori, a un anno e mezzo ha già sofferto i peggiori dolori che la vita può dare: l’abbandono, la violenza, le malattie, la fame e la solitudine. La madre troppo giovane ha mollato la piccola al padre che orfano e non in grado di occuparsene, la ha affibbiata a Stefano. Quando abbiamo visto Lina per la prima volta rifiutava ogni contatto, dopo qualche giorno si lasciava prendere in braccio e coccolare. Vederla mentre fissava con i suoi 2 grandi occhioni le altre madri con in braccio i loro piccoli era straziante.
Non piange mai, neanche quando ha la febbre, ma non l’abbiamo mai vista sorridere.

Lina passa il giorno alla scuola dove gli altri bimbi con grande sensibilità si prendono cura di lei, le soffiano il naso o l’aiutano a salire le scale; ha sempre una pasto ricco e caldo alla tavola di Stefano e le sue attenzioni quando sta male.

Dove i bambini muoiono di fame o per le malattie, possiamo ritenerla fortunata?
Quanti interrogativi. Perché in un paese circondato da uno dei mari più ricchi di pesce si muore di fame? Perché nonostante le coltivazioni di cacao, caffè, spezie e canna da zucchero, miniere di zaffiri, un po’ di turismo il Madagascar è il terzo paese più povero del mondo? Perché non vengono facilitate le adozioni dei bambini abbandonati? Perché la gratuita generosità di Stefano è così rara al mondo? Cosa possiamo fare per aiutare popolazioni come queste a svilupparsi? Con tutte queste domande pesanti sul cuore abbiamo levato l’ancora, per continuare a vedere posti, incontrare persone a vivere nuove esperienze.