Pago Pago la puzzolente

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101 dal 02/05/99 al 08/05/99

Domenica

Questa notte il tempo sembra cambiare leggermente, il cielo è sereno e il vento leggero ma costante da nord est. All’alba ci mettiamo con il genoa e l’olimpico tangonati, siamo in poppa piena e riusciamo a navigare a ben 3 nodi!

Avvistiamo la prima isola delle Samoa Americane, purtroppo si vedono solo le sagome scure all’orizzonte e ci saremo vicino solo a sera. Alle 19 mancano 85 miglia a Pago Pago, abbiamo gasolio sufficiente per arrivare e andiamo a motore.

Lunedì

All’alba si vede chiaramente Pago Pago e nonostante siamo stanchi morti, ci rianimiamo un po’.

Arriviamo a mezzogiorno, dopo aver costeggiato il lato sud dell’isola, all’imboccatura della baia di Pago Pago. Da lontano il colpo d’occhio è magnifico, una baia enorme circondata da montagne alte e verdissime.

All’interno la realtà è molto meno piacevole. C’è una grande fabbrica di tonno in scatola che fa un rumore infernale ed emette un tanfo vomitevole, l’acqua della baia è sporca e piena di sacchetti di plastica e schifezze varie.

Stanchi, vediamo un’altra barca ormeggiata alla banchina delle navi e ci mettiamo anche noi lì, dato che la “harbor master” parla un inglese incomprensibile e non riusciamo a capire dove dobbiamo metterci per fare le pratiche di ingresso. Il posto è quello sbagliato e dopo qualche minuto arriva un fuoristrada con uno scortese poliziotto portuale che ci caccia e ci manda alla banchina degli yacht.

Le pratiche sono complicate dato che le agenzie coinvolte sono parecchie e ad  ognuna dobbiamo compilare un tot di documenti, tutti inesorabilmente con le stesse informazioni. Finalmente alle 5, dopo aver girato per gli uffici, aver espletato tutte le pratiche e aver fatto il pieno di gasolio, ci ancoriamo nella baia affollata di barche. Da notare che Pago Pago in samoano si pronuncia Pango Pango!!!

Martedì

Partiamo presto alla scoperta di Pago Pago con una folta lista di cose da comprare dato che Pago Pago ha la fama di un posto in cui si trova tutto.

Le nostre aspettative sono ben presto deluse. Il paese è piccolo e piuttosto in decadenza e i negozi non hanno quasi niente di quello che ci serve. Una cosa ci colpisce immediatamente: la gente è grassa in modo spaventoso e tutti sono poco curati nell’aspetto con vestiti macchiati e spesso rotti.

Anche se sono polinesiani siamo ad anni luce dall’eleganza della Polinesia francese e sembrano aver preso tutti i difetti degli americani. Sono comunque gentili e ci aiutano a cercare le cose che cerchiamo. Pago Pago è un territorio statunitense e i Samoani hanno il passaporto americano, ma da qualche anno ha perso la sua importanza strategica come porto e sembra che gli americani siano tornati a casa togliendo gran parte degli investimenti.

I bianchi in giro sono pochissimi e la cittadina è in piena decadenza. Noi ci aspettavamo di trovare i grandi e riforniti supermercati americani, invece ci sono solo piccoli e sporchi negozietti cinesi con poca roba e cari. Ci compriamo un paio di bistecche e ce ne torniamo delusi in barca.

Anche le barche nella baia riflettono l’aspetto decadente del posto, sono tutte malandate, molte hanno dei giardini di piante e sembra che non navighino da secoli. L’idea che ci facciamo è quella di un “cimitero degli elefanti”, dove stanchi navigatori (per lo più americani) vengono a finire la loro carriera.

Nel pomeriggio andiamo all’internet café a spedire e ricevere la nostra corrispondenza poi tornando incontriamo il tipo che ieri ci ha fatto il pieno di gasolio che si offre di portarci a fare un giro in macchina. Con la sua fuoristrada saliamo su una ripida stradina fino ad un passo che sbuca in una valle rivolta a nord.

Qui le case sono molto più tradizionali e sono organizzate in piccoli villaggetti centrati intorno ad un’ampia tettoia sotto cui si svolgono tutte le attività comuni. Il nostro amico ci spiega che ogni villaggio ha due capi: quello che parla e quello che ascolta e tutte le piccole e grandi dispute sono regolate da queste due persone.

Il vero capo è quello che ascolta che normalmente si esprime tramite quello che parla, ma nei casi importanti anche lui parla e la sua parola è legge.

La strada arriva fino ad una baia deliziosa con un villaggetto di pescatori fuori dal tempo. Chiacchierando con il nostro amico (che peserà almeno 150 chili) capiamo perché sono tutti così grassi. La loro dieta è fatta di carne in scatola, banane, frutti del pane, e latte di cocco, il tutto in quantità industriali!

Torniamo verso la nostra barca e mentre stiamo per imbarcarci sul gommone veniamo fermati da una coppia di australiani. Hanno tutti e due una birra in mano e capiamo subito che sono entrambi alcolizzati, come probabilmente la maggioranza degli equipaggi delle barche in baia.

Facciamo fatica a capirli, perché si mangiano le parole, ma comprendiamo che appena gli viene l’ispirazione partiranno per le Cook e la Polinesia. Si vede che sono strani, alla loro età e nelle loro condizioni vanno contro vento e contro corrente!

Torniamo in barca dove fa caldo e c’è un tanfo di pesce marcio vomitevole, Pago Pago ci ha già stufato!

Mercoledì

Ci servono due nuove batterie e anche se le troviamo di una marca sconosciuta, ci fidiamo. Sono pesantissime e ci rompiamo la schiena per portarle in barca e metterle al loro posto. Una volta montate vediamo subito che c’è qualche cosa che non va, appena smettiamo di caricarle il voltaggio cala e sembra che non tengano la carica.

Siamo depressi e domani ci toccherà fare un’altra sfacchinata per portarle indietro. Lo spettacolo che le altre barche offrono non aiuta. Parecchie sono decrepite, senza vele e con lunghe alghe attaccate alla carena.

Verso il tramonto quasi tutti gli equipaggi si trovano sul moletto a bere qualche cosa che versano da bottiglie dentro un cartoccio di carta. Il nostro vicino, su una piccola barca di 8 metri non l’abbiamo mai visto scendere ed è quasi sempre steso su un sacco di vele con un bicchiere in mano. Che tristezza!

Giovedì

Facciamo altre prove con le batterie e la conclusione è che siano vecchie e non tengono la carica.

Altra sfacchinata per riportarle al negozio dove le abbiamo acquistate, per fortuna non fanno problemi a ridarci indietro i soldi. Tornando conosciamo forse gli unici sani di tutta la baia. E’ un barcone americano con parte dell’equipaggio fijiano che stanno preparandosi per partire alla volta dell’Alaska. I fijiani sono simpaticissimi e ci danno parecchie informazioni su dove andare alle Fiji.

Venerdì

Domani ce ne andiamo, così di buon ora Lorenzo inizia la solita trafila tra gli uffici per fare le pratiche di uscita. Poi prendiamo un buffissimo pulmino, in pratica una macchina cui è stata segata la parte posteriore e montata una cabina di legno con 6 o 7 posti, per andare dall’altra parte dell’isola.

Passiamo davanti alla fabbrica di tonno in scatola, dove centinaia di persone sono affaccendate tra carcasse di tonni, pile di scatolette, nuvole di vapore e tutto avvolto da una puzza intensissima. Passata la zona industriale l’isola è bella, piena di verde con delle belle baie e graziosi villaggi. Facciamo un giro lungo la spiaggia, poi dato che non c’è molto altro da fare e fa un gran caldo torniamo a casa e iniziamo a prepararci per la partenza.

Abbiamo talmente voglia di partire che non prendiamo neanche la carta meteo, tanto se non c’è vento abbiamo abbastanza gasolio per arrivare alle Tonga.

Sabato

Si parte! Come stiamo per tirare su l’ancora arriva il primo groppo, lo facciamo passare e poi con qualche dubbio sul tempo usciamo. Per tutto il giorno è un alternarsi di groppi, per fortuna con poco vento, e calme.

Il mare incomincia a montare ed è sempre più confuso. Verso sera inizia anche a soffiare il vento, da sud est, quindi siamo di bolina contro un mare che si ingrossa a vista d’occhio.