Le isole Yasawa

113 dal 25/07/99 al 31/07/99

Domenica

Sveglia di buon ora, il vento si è calmato e lasciamo la baia e le nove barche ancora sonnecchianti, dopo una notte movimentata.

Non abbiamo voglia di andare a visitare il villaggio. Da quanto ci hanno detto bisogna andare dal capo del villaggio e dopo avergli fatto qualche salamelecco bisogna dargli il “savusavu”, cioè un regalo per farsi accettare. A questo punto il capo se accetta recita una tiritera in fijano in cui dice che il villaggio ti accetta come ospite.

Ormai la cosa è diventata una formalità ed è come pagare il biglietto di ingresso. Il savusavu di solito consiste in mezzo chilo di yaquona ma a volte chiedono anche dei soldi. Siamo diretti nella mitica laguna blu, dove si dice abbiano girato il film omonimo. Noi siamo un po’ prevenuti perché decine di navi e navette da crociera si chiamano “Laguna Blu Cruising” e ci aspettiamo di trovare un sacco di gente.

La navigazione è a motore contro vento e abbastanza complicata per i continui passaggi tra i reef non segnalati. L’ultime cinque miglia sono all’esterno della barriere con il vento che è rinforzato, che crea dei bei cavalloni che rompono sul reef.

Entrati nella passe, segnalata dato il traffico, ci si apre davanti a noi una laguna circondata da isolette aride con l’erba gialla bruciata dal sole e le immancabili spiagge bianche.

Il poste è bello ma il villaggio turistico ed il continuo andi rivieni di barche con i turisti toglie molto del fascino, inoltre ci tocca ancorarci in un posto non troppo protetto per lasciare spazio alle barche locali.

Lunedì

Mattina dedicata alle pulizie e al riordino della barca per sistemare i “postumi” della settimana in cantiere.

Nel pomeriggio ci raggiunge il Va Pensiero e insieme a Gigi e Irene ed i loro amici organizziamo una battuta di pesca sul reef. Il corallo è vivo e bello, ma i colori sono stati rubati dai grossi nuvoloni grigi che filtrano la luce del sole. Di pesci ne vediamo pochi, sono spaventatie non si lasciano avvicinare così, dato che non peschiamo niente, sfuma l’idea di fare una cena insieme.

Riusciamo appena in tempo a ritornare in barca prima che si scateni un bel temporale con associato diluvio.

Martedì

Il cielo è ancora coperto, ma ci aspettavamo di peggio, dopo aver ricevuto la cartina meteo delle sette, che mostra una saccatura (troff in inglese) proprio sopra le nostre teste.
Il cielo si mantiene coperto per tutta la giornata ma non piove. Annalisa ne approfitta per cucire il copri-gommone mentre Lorenzo si decide a grattare due scomparti della sentina, che incominciavano a fare un po’ di ruggine e a riverniciarli. Il lavoro è poco piacevole e ci fa pentire di non avere fatto la barca in alluminio!

Mercoledì

Tempo pessimo, vento di 30 nodi da ovest-nord ovest e piove a dirotto.
Sistemiamo l’impianto elettrico che sospettiamo crei dei principi di corrosione. Dopo molte prove ed un consulto con Gigi, che ha avuto già a che fare con parecchie barche in acciaio, troviamo la soluzione.

Installiamo un interruttore nel quadro del motore che interrompe il circuito del motorino di avviamento (in realtà la cosa è un po’ più complicata, ma dovremmo disegnare lo schema dell’impianto per spiegarla!) e isola lo scafo dal negativo dell’impianto.
Siamo soddisfatti, erano due anni che volevamo risolvere questo problema! Per festeggiare ci facciamo gli gnocchi di zucca.

Giovedì

30 miglia per raggiungere il sud dell’isola di Waya.Partiamo alle otto con il cielo coperto, qualche spruzzo di pioggia e un bell’arcobaleno. C’è vento e veleggiamo veloci, ma sempre all’erta per evitare i coralli.

Seguiamo la costa rocciosa con delle splendide baiette, per noi inaccessibili dato il labirinto di reef che le protegge. Sappiamo che c’è la possibilità di arrivarci, ma gli skipper di alcune barche a vela italiane che fanno charter da queste parti preferiscono non divulgare gli schizzi che mostrano come arrivarci.

Il tempo sembra essersi sistemato, anche se soffia un teso vento da ovest.

Arrivati nella baia in cui avevamo deciso di ancorarci scopriamo che c’è un fondale di 30 metri e una fastidiosa onda corta. Non ci convince e proseguiamo, facendo il giro attorno alla punta sud est di Waya per due ore fino ad arrivare alla baia grande al sud dell’isola, che dalla carta sembra molto protetta. In realtà un grossa onda lunga rimbalza lungo le scogliere che la proteggono ed entra nell’ancoraggio facendo rollare le barche presenti.

Seguendo l’esempio di alcune barche gettiamo due ancore, una a prua e una a poppa per mantenere la prua all’onda; all’interno il movimento è sopportabile e anche se durante la notte le raffiche provenienti dalle montagne per un attimo ci hanno fatto pensare di dover mollare l’ancora a poppa.

Venerdì

L’ampia baia con le pendici scoscese sul mare è decisamente bella. Notiamo che le piogge dei giorni scorsi hanno fatto spuntare l’erba e ora le montagne hanno un colore composto dal verde dell’erba nuova sommato al giallo dell’erba secca.

Sulla spiaggia c’è un villaggio, forse dovremmo andare portare il savusavu, l’abbiamo comprato e fra qualche giorno partiamo. Ma il gommone è in coperta, l’onde rompe sulla spiaggia e dopo una notte travagliata non abbiamo tanta voglia di andare a fare la messinscena con il capo del villaggio.

A fatica salpiamo l’ancora di poppa, (una Fortress) che ha la caratteristica di tenere talmente bene sulla sabbia che poi è difficile salparla, e ci incamminiamo verso Nadi sotto un cielo plumbeo e la pioggia.

Anticipati dal Va Pensiero, dopo una bella bolinata arriviamo al Denarau Marina nel pomeriggio.

Sabato

Andiamo con il taxi, dato che il marina è fuori dal mondo all’interno di un lussuoso complesso turistico, a Nadi al mercato insieme a Gigi.

Nel pomeriggio iniziamo a fare i primi preparativi e controlli che facciamo sempre prima di una traversata oceanica.

Cena piacevole sul Va Pensiero.