Los Roques e Les Aves

dal 15/03/98 al 21/03/98

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Los Roques e Les Aves

Domenica

Si torna a Gran Roques, per i nostri ospite le vacanze sono quasi finite. Luca e Gabriella riescono a trovare il biglietto per domani e sono molto sollevati. Infatti i biglietti non si possono prenotare, ma vanno acquistati il giorno prima del volo. Alberto ed Eleonora non trovano il biglietto per il 17 e sono un po’ preoccupati. Torniamo a Francesqui e per dare l’addio ai nostri ospiti facciamo di nuovo le tagliatelle che andiamo a mangiare sul Maracla.

Lunedì

Alle 6 Luca e Gabriella passano su Maracla che torna a Gran Roques; loro hanno l’aereo alle 8 e Peppino vuole fare subito le pratiche di uscita per andare  a Caracas. Noi ce la prendiamo più calma facciamo colazione ed andiamo a salutare Giancarlo ed Anna del Magic. Sono commossi, gli si legge negli occhi che vorrebbero venire con noi. E’ sempre difficile partire e lasciare i bei posti e gli amici!

Alberto ed Eleonora sono meno fortunati con gli aerei. Domani non vola nessuno così sono costretti a partire oggi, pagando un sovrapprezzo di 40$, e poi fermarsi in albergo a Caracas.

Martedì

Con il vento in poppa e gli occhi spalancati, per evitare di spiaggiarci, andiamo a dos Mosquises. A metà strada vediamo il mare frangere su un reef che non è segnato sulla carta e diventiamo un po’ inquieti. Arriviamo davanti alle due isolette, ma l’entrata non è consigliata ai deboli di cuore. Infatti per arrivare all’ancoraggio bisogna passare sopra un reef con fondali di 2.5 metri, e basta un onda per toccare.

Mentre siamo sul reef con l’eco scandaglio che segna 2.6 metri. Vediamo ribollire l’acqua davanti alla prua e ci vediamo già infilati tra i coralli, ci prendiamo un colpo. Invece è un grosso branco di delfini che viene a darci il benvenuto saltando e giocando intorno a noi. Tiriamo un sospiro di sollievo e in dieci minuti siamo ancorati davanti al centro scientifico.

Dos Mosquises è un centro di ricerca in cui vengono compiuti studi di biologia marina e sono specializzati per l’allevamento ed il rilascio delle tartarughe.Scendiamo a terra e, dopo aver espletato le pratiche burocratiche con un gentilissimo guardiaparco, che ci offre anche un caffè, andiamo a vedere le vasche delle tartarughe.

Queste sono catturate dopo la schiusa, prima che raggiungano il mare, e poi vengono allevate in grosse vasche fino ai due anni quando vengono rilasciate. A quest’età le tartarughe hanno già sviluppato la robusta corazza e non hanno  praticamente nemici, quindi il tasso di sopravvivenza è molto alto.

Un ricercatore ci dice che fino a qualche anno fa’ prendevano le uova le incubavano e le facevano schiudere in laboratorio, ma poi hanno scoperto che piccolissime variazioni della temperatura di incubazione, influivano su il sesso del nascituro, così ora preferiscono far decidere alla natura. Recintano il posto in cui la tartaruga ha deposto le uova e dopo 60 giorni, montano dei turni di guardia tutte le notti fino che le uova non si aprono.

Un’altra cosa che ci ha detto è che ogni 3 giorni sono costretti a colorare di blu la parte sopra gli occhi delle piccole tartarughine, altrimenti dato che non ci vedono bene e associano al bianco il cibo, si beccherebbero a vicenda. Inoltre ogni mattina pescano con una rete le sardine necessarie per sfamarle. In questo modo riescono ad ottenere una percentuale di sopravvissuti vicino al 60% contro il 5% quando si ha una schiusa naturale.

La cosa più incredibile è che le tartarughe nate qui le hanno trovate in tutto il mondo, ma poi ritornano a deporre le uova dove sono nate. Nessuno sa’ come facciano a ritrovare la strada.L’unico neo di questo sistema è che le tartarughe rilasciate non hanno paura dell’uomo, e quindi diventano facile prede dei pescatori di frodo, dato che la pesca alle tartarughe è vietata in tutto il mondo.

Mercoledì

Partiamo di malavoglia alla volta di Les Aves de Sotovento che raggiungiamo nel pomeriggio. Les Aves, che in spagnolo significa gli uccelli, sono due arcipelaghi di isole (Sotovento e Barlovento) che come dice il nome sono abitate da migliaia di uccelli che le usano per nidificare.

Per arrivare all’ancoraggio bisogna districarsi tra un labirinto di reef, comunque una volta trovati gli allineamenti giusti, come suggerito dalla nostra guida, entriamo senza problemi. Ci ancoriamo, vicino a tre altre barche, di fronte ad una foresta di mangrovie e restiamo ad ammirare tutto intorno a noi il gran volteggiare di uccelli, soprattutto fregate e sule.

Le sule sono abilissime pescatrici, si tuffano in acqua con veloci picchiate, mentre le fregate depredano gli altri uccelli dopo che hanno pescato. In cielo si vedono dei veri e propri duelli aerei in cui la fregata continua ad attaccare la povera sula fino a che questa non rigetta il pesce che ha pescato.

Giovedì

E’ da tempo che rimandiamo. L’olimpico strisciando contro il pulpito di prua si è rovinato così mentre Annalisa ricopre di pelle i punti su cui la vela sfrega, Lorenzo cuce un rinforzo di tessuto pesante sulla vela. Il lavoro è faticoso, visto che per penetrare i molti strati di spesso tessuto da vela, sono necessarie un paio di pinze con cui tirare il grosso ago.

Finiamo nel pomeriggio e ce ne andiamo a fare una esplorazione con il gommone. La fitta foresta di alte mangrovie, in fronte a cui siamo ancorati, racchiude decine di piccoli canali in cui ci avventuriamo. L’acqua è bassa e torbida, e dato che non possiamo utilizzare il motore, anche per non infastidire i volatili, dobbiamo remare.

Gli uccelli, che sono migliaia, fanno un rumore assordante e per niente spaventati dalla nostra presenza ci volano vicini. Anzi siamo noi ad essere un po’ spaventati visti gli artigli ed i lunghi becchi. Ci avviciniamo ad un nido di sula per fare delle foto e mentre il pulcino ci guarda incuriosito, la mamma ci fa dei versacci. Le sule hanno dei bellissimi occhi e visti da vicino hanno una espressione quasi umana.

Mentre facciamo le foto siamo assaliti da nuvole di moscerini che ci pungono,  così siamo costretti a rientrare alla base, pieni di punture che ci prudono da matti.

Venerdì

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Aspettiamo le 10.30, quando il sole è alto per vedere bene il passaggio tra i reef, e poi partiamo per Los Aves de Barlovento. Dopo un paio d’ore, avvistiamo l’isola e sembra circondata da una luminosa aureola azzurra.

Avvicinandoci scopriamo che è causata dalla grande laguna che la precede e che a causa del fondale bianco, riflette il colore del cielo. Lo spettacolo è un po’ spettrale, forse anche perchè a poca distanza spicca il relitto di una nave che sembra ancorata sul reef. Dopo aver girato intorno all’isola, per evitare i bassi fondali, ci ancoriamo dietro a Round Island, che è un banco di sabbia bianca con due palme. Il posto è splendido, ma purtroppo si è alzato un vento molto forte che ci costringe a restare in barca.

Sabato

Dopo una notte tormentata a causa del forte vento, alle 7 partiamo per Bonaire. Il mare è molto grosso e procediamo a una buona velocità, paralleli a Wirraway, che avevamo incontrato a Saint Lucia.

E’ impressionante vedere Wirraway che rolla tremendamente, sale sulla cresta dell’onda, ridiscende si piega su un lato, sprofonda a poppa e per un momento si vede solo l’albero. Chissà quanto sono alte queste onde? Lo spettacolo è avvincente e gli facciamo una foto. All’arrivo scopriremo che anche Maggie ha avuto la stessa idea, così potremo scambiarcele. Non è facile avere delle foto della propria barca mentre naviga in alto mare!

Avvistiamo il capo sud di Bonaire e dopo aver costeggiato la costa sud essendo ridossati il mare si calma un po’ e la risalita verso la cittadina è più confortevole.

Bonaire è famosa per le sue acque trasparenti e piene di vita, così le autorità hanno pensato bene di dichiararla Parco Marino. Inoltre per evitare che le barche ancorandosi rovinino i fondali hanno costruito dei robusti corpi morti di cui si può usufruire gratuitamente.

Nel pomeriggio scendiamo a terra per fare le pratiche.

I doganieri al contrario dei Caraibi e del Venezuela sono gentilissimi e dopo averti dato il benvenuto nella loro nazione, alla fine ti ringraziano anche!

Nelle Antille Olandesi, di cui fanno parte Bonaire, Curacao e Aruba, si parla una strana lingua che era in uso tra i pirati della Filibusta: il Papamiento. E’ veramente buffa, visto che è un misto di almeno 6 lingue: Spagnolo, Olandese, Francese, Inglese, Portoghese e Italiano. A volte riusciamo a capire qualche parola, ma non riusciamo a capire il senso delle frasi.

La sera c’è una orchestrina messicana che suona in piazza. La gente è tutta tirata per questa che sembra una grossa serata mondana. In realtà la musica è molto noiosa, sembra liscio romagnolo, così stanchi ed infreddoliti ce ne torniamo in barca.