Arrivo a Male, Maldive

144 dal 27/02/00 al 04/03/00

Domenica

Gli avvenimenti della giornata sono un altro branco di delfini e un intero pomeriggio a vela. Che sollievo per le nostre orecchie!

Poi come cala il sole il vento muore.

Lunedì

Ci svegliamo con i fischi dei delfini che con lo scafo in acciaio si sentono chiarissimi.

Il sole è cocente ed il vento, leggerissimo ha girato a nord. Riusciamo a veleggiare per qualche ora. Incontriamo il primo dhoni, le belle e slanciate barche da pesca maldiviane che si spingono lontane alla ricerca dei branchi di tonni.

Al tramonto avvistiamo terra ma, cosa strana,  invece di vedere le palme tipiche degli atolli, davanti a noi ci sono le luci di una città. Con la città c’è anche la burocrazia, che qui inizia al VHF.

Come scritto nella nostra guida chiamiamo la guardia costiera la quale ci dà le
istruzioni su dove ancorarci e poi ci consiglia di prendere un agente locale. Noi rispondiamo che non ne abbiamo bisogno, dato che sappiamo costare 150$.

Ma il funzionario per radio non molla e ci ripete: ” Ne avete bisogno!!”

Ok, capiamo l’antifona. Immediatamente ci chiama l’agente e ci accordiamo per domani mattina, verranno a bordo con tutte le autorità necessarie per espletare le pratiche di ingresso.

E’ buio quando riusciamo a trovare la testa di corallo in mezzo alla passe che è  l’unico punto, della profondità di dieci metri, in cui possiamo ancorarci. Frastornati dopo 4 giorni di motore ceniamo e poi andiamo a dormire.

Martedì

Mattinata dedicata alla burocrazia. Alle 8.30 arriva la Guardia Costiera. C’è da compilare i soliti moduli e in più ci requisiscono il fucile subacqueo, alle Maldive è proibito fare pesca subacquea.

Poi arriva l’agente con i rappresentanti dell’immigrazione, della dogana e della quarantena. Occupano tutto il pozzetto e ognuno ha i suoi moduli da compilare. La cosa più buffa è il certificato che attesta l’assenza dei topi che l’ufficiale dell’ufficio sanitario ci rilascia sulla fiducia.

Appena se ne vanno le autorità ci passa a salutare l’equipaggio di una barca francese, Utopia, che è ancorata vicino a noi. Loro sono arrivati 3 giorni fa, dalle Chagos, e ne approfittiamo per chiedergli qualche informazione sia sulle Chagos, nostra prossima destinazione, sia su Male.

Alle 12 finalmente possiamo sbarcare a terra. Per noi, che entriamo dalla “porta di servizio” (il porto) l’impatto con le Maldive non è dei più piacevoli. Sull’isola di Male non cresce più un albero, e ogni minimo spazio è occupato dal cemento e dalle costruzioni.

Turisti, pescatori, commercianti e venditori si contendono le strette viuzze, che con il sole a picco sono dei forni a cielo aperto. Troviamo anche dei mini ingorghi, causati dai camioncini che bloccano le strade per scaricare le merci.

L’idea di isola tropicale sinonimo di pace e tranquillità non si trova certo qui!

Le Maldive sono uno stato strettamente islamico e le autorità si sono raccomandate di vestirsi in modo decente. Per le strade si alternano donne completamente coperte dalla testa ai piedi da un lungo velo nero (chissà che caldo!) , alle giovani ragazze maldiviane che invece sono vestite con vestiti attillati e poco islamici.

Purtroppo la burocrazia non è finita, dobbiamo andare nell’ufficio dell’agente a fare il permesso di navigazione. Ne serve uno per ogni atollo che si vuole visitare, costa 10$ e dura un solo mese. Poi andiamo a leggere la posta in un moderno ed efficiente Internet cafè e poi stanchi e accaldati ce ne torniamo in barca.

C’è una tartarughina che continua a farci l’occhiolino girando attorno alla nostra barca; è l’unico segno della presenza naturale a Male.

Mercoledì

Lasciamo senza rimpianti Male e ci spostiamo a Bandos, un isoletta che si trova una decina di miglia più a nord. L’ancoraggio, tra Bandos ed un reef quasi perfettamente circolare, è piuttosto profondo e non molto protetto.

L’isoletta è utilizzata da un grosso resort per escursioni giornaliere e picnic.
Per scendere a terra è necessario acquistare il biglietto, per principio ci rinunciamo e andiamo in acqua a vedere i pesci. Purtroppo il corallo è quasi
tutto morto a causa del forte surriscaldamento dell’acqua da parte del Niño
del 1997. Però i pesci sono numerosissimi e tra l’altro vediamo una murena enorme, lunga almeno un paio di metri.

Giovedì

La notte si scatena un forte temporale che fa girare il vento a N e rende l’ancoraggio poco confortevole.

Leviamo l’ancora subito dopo la colazione, siamo diretti nella laguna di Immafusci. Seguiamo il reef che protegge la grande laguna, è facile dato che la barriera corallina è bianca e spicca contro il blu intenso delle acque profonde all’esterno e l’acqua azzurro chiaro della laguna interna.

La passe, artificiale scavata probabilmente con la dinamite, è segnalata da due bastoni ed permette l’accesso al villaggio di Immafushi. Entriamo, ma dato che vogliamo stare un po’ tranquilli ci ancoriamo ad un miglio di distanza, in una splendida piscina al riparo dal reef. Appena ancorati siamo tutti in acqua a goderci un po’ di fresco.

Passa un pescatore che dice che ci porterà del pesce. In realtà ha un negozio di souvenir al villaggio e ci invita ad andare a visitare il suo negozio, lui si chiama Alì.

Venerdì

Troviamo il villaggio di Immafushi poco attrattivo e quasi deserto, forse perché è venerdì, per i mussulmani giorno di festa e preghiera, e sono tutti alla moschea a pregare.

Le case sono fatte con blocchi di corallo e cemento e sono tutte grigie e piuttosto malandate e con un che di triste. Ci colpisce il fatto che tutte le case sono circondate da alti muri con cancelli e lucchetti. E’ inusuale, di solito nelle isole la gente lascia le case aperte! Nei cortili poche e forse preziose piante: banani, papaye e alberi del pane ed evidentemente i muri servono a tenere lontani i ladri di frutta.

Camminiamo fino alla fine del villaggio da dove proviene un vociare intenso di donne. Sono tutte li, ognuna con una corta scopa, fatta con la nervatura delle foglie di palma, che piegate puliscono un’area comune dai rifiuti e dalle foglie. Probabilmente mentre gli uomini sono alla moschea le donne svolgono i lavori comunitari.

Non sembra che ci sia comunque molta armonia, notiamo che sono divise in due gruppi e più che parlare o discutere tra loro, litigano. Il dibattito è molto animato e alcune fanno delle vere e proprie sceneggiate degne di un vicolo della vecchia Napoli.

Chiaramente noi non capiamo niente, ma ci interroghiamo cercando di indovinare il motivo del litigio. La nostra presenza le inibisce un po’ ed il gruppo si disperde, ma i litigi continuano per le strette stradine in decine di differenti focolari. I pochi uomini che passano, si tengono ben alla larga e non si immischiano. Torniamo, dato che il litigio non si placa, e non vogliamo ne essere coinvolti ne disturbare.

Ora le case sono un po’ più animate e cogliamo qualche scena di vita quotidiana. Due ragazzine che all’ombra separano il riso dalle impurità (a mano chicco per chicco con una velocità incredibile) , una signora sta costruendo una scopa con la nervatura centrale delle foglie delle palme da cocco.

Forse si è sparsa la voce che ci sono in giro dei turisti, o forse le preghiere sono finite, ma ora i negozi sono tutti aperti ed abbiamo delle difficoltà ad evitare gli inviti pressanti, in italiano, a dare un’occhiata all’interno. Hanno tutti le stesse cose, conchiglie, denti di squali, parei e souvenir indonesiani o tailandesi.

Torniamo in barca nel nostro angolo di paradiso a fare un po’ di vita balneare, cioè a non far niente!

Sabato

Il tempo è cambiato. C’è un caldo soffocante ed il vento ha girato a nord ovest, ora siamo protetti solo dal reef della piccola laguna. Assistiamo alla formazione di una piccola tromba d’aria. Questa si è formata in mare, chissà cosa succede se investe un villaggio o una barca? Dura pochi minuti, ma è uno spettacolo impressionante.

Nel pomeriggio andiamo a visitare un resort pieno di italiani. E’ molto lussuoso, ma la gente sembra piuttosto annoiata.