Papeete, ritorno alla civiltà

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dal 13/09/98 al 19/09/98

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Papeete, ritorno alla civiltà

Domenica

Alle 7 passa Assam e ci lascia Tony che ci farà da guida fino al villaggio. Ci sono un paio di teste di corallo lungo la rotta che porta al villaggio e grazie a Tony le evitiamo senza problemi. Il villaggio si trova lungo la passe e oggi la corrente in entrata è molto forte, con punte di quasi 6 nodi. Ci ormeggiamo sulla banchina utilizzata dalla nave che porta i rifornimenti da Papeete.

Vogliamo dare un ultimo arrivederci ad Assam. Lo raggiungiamo nella chiesa Sanitò dove arriviamo giusto in in tempo per assistere alla fine della messa. Quindi tornati alla barca con gli occhi lucidi salutiamo Assam e molliamo gli ormeggi.

E’ mezzogiorno e all’esterno della passe ci sono una decine di ragazzi che surfano sulle grosse onde che frangono sulla barriera. Al nostro passaggio si sbracciano per salutarci. Navighiamo verso est passando tra i due atolli di Arutua e Kaukura. Abbiamo il vento in poppa piena e ci godiamo il tramonto guardando gli ultimi ciuffi di palme delle Tuamotu.

Lunedì

La notte passa tranquilla. Ci sono 15 nodi di vento e il mare è incredibilmente calmo. La cosa è rara nel Pacifico, dove di solito ci sono le onde incrociate provenienti dalle burrasche del sud, che rendono la navigazione poco piacevole.

Martedì

Già dalle prime luci dell’alba avvistiamo il contorno dell’isola di Tahiti. A mezzogiorno entriamo senza problemi nella passe del porto di Papeete, che è larga e ben segnalata. Ci ancoriamo davanti alla chiesa protestante e subito ci scontriamo con la realtà cittadina. Sul lungomare passa una trafficatissima strada e il rumore del traffico è insopportabile.
Gonfiato il gommone scendiamo a terra con una lunga lista di faccende da sbrigare. Sulla banchina incontriamo subito degli amici: sono Eric e Philippe di Ataram che avevamo incontrato alle Marchesi. Grandi feste e racconti, poi dato che le nostre strade si divideranno definitivamente, loro tornano in Europa passando da Capo Horn, ci invitano a cena.
La serata è piacevole ci sono anche Gil e Valerie, una coppia di francesi che lavorano a Papeete in attesa di ripartire con la loro barca. Gil lavora presso un cantiere mentre Valerie sta facendo il dottorato di ricerca all’università di Papeete ed è una esperta di geologia e vulcanologia sottomarina.

Eric e Philippe ci raccontano le loro sventure. Sono finiti sul reef entrando di notte a Moorea ed hanno danneggiato l’elica e l’asse. Tornati a Papeete il cantiere che gli ha fatto la riparazione ha sbagliato a rimontargli il timone, così appena rimessi in acqua hanno rischiato di finire sugli scogli. Ora hanno sistemato tutti i loro problemi e partiranno verso le Gambier tra qualche giorno.

Mercoledì

Su consiglio di Gil andiamo all’ Alto Commissariato, la massima autorità francese in Polinesia, per informarci dei nostri diritti e doveri.

La risposta da parte di una antipatica buracrate dell’ufficio visti è contraria alle nostre aspettative. La Polinesia Francese non è Francia ma un “Territorio Francese d’Oltremare” e quindi dobbiamo pagare sia il bond che richiedere il visto per poter rimanere più di tre mesi. Nonostante insistiamo dicendogli che i polinesiani hanno il passaporto europeo (e quindi possono andare in Italia e restarci senza alcun problema) e che ci sono decine di progetti in Polinesia finanziati dalla Comunità Europea la signora non muove la sua versione di una virgola. Ce ne torniamo in barca frustrati e stanchi.

Giovedì


Con i nostri problemi burocratici decidiamo di adottare la linea morbida: paghiamo il bond (1100 $ a testa) e facciamo la domanda per il visto. L’alternativa era di fare un ricorso al tribunale Amministrativo, ma solo il pensiero di impelagarci in una causa contro uno stato, per di più a casa loro, ci fà star male. Sistemata la questione, almeno temporaneamente dato che potrebbero anche non rinnovarci il visto, ci spostiamo a Maeva Beach che si trova a pochi chilometri da Papeete ma è tranquilla senza il rumore delle macchine.

Ci solleviamo un po’ il morale con uno splendido tramonto su Moorea.

Venerdì


Maeva Beach è una bella baia sulla quale si affaccia un lussoso albergo.

Ci sono molte barche “residenziali”, cioè di francesi che a corto di soldi si fermano una o più stagioni lavorando a Tahiti. Il numero di barche, a volte anche un po’ malridotte, che stazionano davanti alla spiaggia del mega hotel infastidisce parecchi i propretari e dato che per scendere a terra bisogna attraversare l’hotel i responsabili sono piuttosto scortesi.

Eravamo stati avvisati da Francoise, il segretario dell’associazione delle barche francesi in Polinesia, e quindi ce ne freghiamo allegramente. Per cena ricambiamo l’invito dell’equipaggio di Ataram, gli facciamo le tagliatelle con il ragù che sembrano apprezzare parecchio.

Sabato

Sveglia alle 4.30. Oggi arriva la mamma di Annalisa e la andiamo a prendere all’aeroporto. L’aereo è in ritardo di due ore che passiamo guardando i classici benvenuti polinesiani. Quando qualcuno rientra in Polinesia viene accolto dalla famiglia e dagli amici con le ghirlande di fiori.

Alle donne viene dato una vera e propria corona piena di fiori ed erbe. In pochi minuti nell’aeroporto si spande un forte profumo di tiare, il tipico fiore bianco di
Tahiti. Ogni tanto esce qualche persona più importante o conosciuta e viene
letteralmente coperto di ghirlande. Arriva la Vittoria e ce ne torniamo in barca.

Così mentre Annalisa chiacchera con la sua mamma che non vede da parecchio, Lorenzo si diverte a spacchettare tutti i “regali” arrivati dall’Italia.