Ritorno, per motivi burocratici, in Malesia

136 dal 02/01/00 al 08/01/00

Domenica

Kata è una lunga spiaggia con sdrai e ombrelloni, il 60% di proprietà del Club Med. Dietro la spiaggia una fila di alberghi e negozietti di souvenir. Noleggiamo un motorino e prendiamo la strada che costeggia la parte ovest dell’isola di Phuket.

Ci fermiamo a Patong, ma presto fuggiamo dal traffico selvaggio e dal casino soffocante.

Per il pranzo troviamo in una curva panoramica sulla baia di Ramala, una bancarella con quattro tavolini che vende pollo arrosto e insalata di papaia verde. Proviamo anche dei calamari secchi affumicati, sembra di mangiare
della suola da scarpe con un vago sapore di pesce e di fumo.

Spesa all’’ipermercato. Ci sono intere scansie di cibi strani e di salsine esotiche. Ci avventuriamo nell’’acquisto ripromettendoci di studiare e mettere in pratica il libro di ricette tailandesi che abbiamo comprato la settimana scorsa.

Fuori diluvia, attendiamo un po’, poi tra le facce divertite delle gente ci costruiamo degli impermeabili con dei sacchetti di plastica e ritorniamo verso casa. Per fortuna la pioggia smette quasi subito.

Lunedì

Mattinata stressante. Come al solito le pratiche burocratiche per fare l’’uscita o l’’ingresso sono sempre complicate e problematiche. Dobbiamo fare l’’uscita e siamo costretti ad andare in Malesia perché il visto in Tailandia dura un solo mese e l’’unico modo per rinnovarlo è di uscire e rientrare.

Abbiamo lasciato il passaporto dove abbiamo noleggiato il motorino. Il posto è chiuso e ci tocca aspettare fino alle 10. Poi andiamo ad Ao Chalong dove ci sono gli uffici dei doganieri e dell’’immigrazione per scoprire che oggi, 3 gennaio, in Tailandia è festa nazionale e gli uffici pubblici sono chiusi.

Sembra che gli uffici centrali a Phuket siano aperti, proviamo. Gli uffici sono chiusi, ma insistendo e soprattutto pagando lo straordinario sia ai doganieri che agli ufficiali dell’’immigrazione riusciamo a sbrigare tutte le pratiche.

Torniamo a Kata, riconsegniamo il motorino e finalmente partiamo. Siamo diretti a Turatao, l’’ultima isola prima della Malesia, dove lasceremo per un giorno Matteo e Nelly. Siccome non sono registrati nella “crew list” passerebbero per dei clandestini, a Langkawi.

La navigazione parte bene, venticello e mare calmo. Poi al tramonto il vento rinforza e gira verso est. Ci troviamo di bolina con un vento di 30 nodi, un mare ripido e pieno di pescherecci con le loro luci brillanti e potenti per attirare i calamari.

Martedì

All’’alba il vento si calma e contro corrente e con l’’onda lunga percorriamo le ultime 25 miglia a motore. Arriviamo a Turatao alle 16, stanchi dopo aver percorso ben 28 miglia in più, su 100, a causa della corrente contraria e dei bordi.

Ci ancoriamo davanti ad una lunga e bella spiaggia. C’è un’’altra barca, è un solitario sembra un barbone e la barca gli assomiglia. Scendiamo a terra alla ricerca di un bungalow per i nostri amici.

Il posto è gestito dai ranger del parco nazionale, che ha sede sull’’isola, ed è proprio carino. Ci sono delle tende da campeggio lungo la spiaggia, alcuni bungalow (basici) immersi nel verde e una costruzione più grande che ospita un ristorante e il centro d’’accoglienza del parco.C’è una bella atmosfera, sono tutti giovani, provenienti da tutto il mondo e nel complesso il posto è un piccolo paradiso naturale.

Mercoledì

Buon compleanno Lorenzo!

Il regalo è a Langkawi che ci aspetta, il nuovo rollafiocco.

Di buon ora accompagniamo Matteo e Nelly in spiaggia e poi via verso sud. Il vento è poco noi abbiamo a fretta e la facciamo tutta a vela e motore. Arriviamo alle 14 a Rebek Marina, un posto lussuosissimo, che per noi ha il vantaggio di essere sulla costa ovest dell’’isola e ci permette di percorrere 15 miglia in meno.

Il marina insieme con un grosso centro di residence per vacanze è stato ricavato da una palude all’’interno di un isoletta ed è assolutamente fuori dal mondo. In compenso le zanzare sono presenti in forze e rivendicano l’’uso dell’area.

Il nostro piano, ambizioso, prevede di fare un blitz a Kuha, sbrigare le pratiche d’’ingresso e di uscita ritirare il rollafiocco e se siamo in tempo ritornare a Turatao. Prendiamo il motoscafo del marina che ogni ora fa’ la spola con la terra ferma, poi un taxi e arriviamo in città alle 16.45. Siamo in pieno Ramadam e abbiamo paura che gli uffici ed i negozi anticipino la chiusura perché la rottura del digiuno è stata stabilita per le 17.30.

Ci dividiamo: Annalisa va a ritirare il rollafiocco e Lorenzo a sbrigare le pratiche. Sul filo del rasoio riusciamo a fare tutto, ma ci troviamo poi alle 17.30 alla ricerca di un taxi, ma sembra che tutti i tassisti siano mussulmani e in questo momento si stiano abbuffando nelle decine di bancarelle che sono spuntate per le strade. Finalmente riusciamo a trovare un tassista indiano che ci porta dall’’altra parte dell’isola dove scopriamo che il motoscafo del marina arriverà un ora dopo, sempre a causa del Ramadam.

Arriviamo sfiniti in marina alle 20.30, ormai è tardi per partire, ne approfittiamo per festeggiare il compleanno di Lorenzo al magnifico ristorante, tutto in teak, con un suntuoso buffet.

Giovedì

Ha diluviato tutta la notte. All’’alba sotto un cielo grigio e minacciosa siamo già per strada.

Arriviamo a Turatao a mezzogiorno dove ci aspettano Matteo e Nelly, rilassati dopo un giorno di vita balneare sulla terra ferma. Facciamo una breve visita alla sede dei rangers, giusto il tempo per dare un occhiata allo scheletro di balena e leggere un po’ di informazioni sulla fauna e sulla geologia di queste isole e poi siamo di nuovo a bordo, diretti a Ko Bulan, che si trova a 7 miglia di distanza e dalla carta sembra più riparato di Turatao.

L’’ancoraggio è in uno stretto canale tra due isolette ed è molto suggestivo. L’’acqua purtroppo è poco profonda e torbida e dopo un paio di quasi insabbiamenti riusciamo ad entrare ed ad ancorarci. Le isole sembrano disabitate e sono completamente ricoperte da una fitta vegetazione.

Mettiamo subito il gommone in acqua e andiamo in esplorazione. Su una spiaggia ci sono delle tettoie di paglia, probabilmente usate dai pescatori che si fermano a riposare e ad essiccare il pesce, ma non c’è in giro anima viva. In compenso le rive sono piene di scimmiette che, approfittando della bassa marea raccolgono le conchiglie ed i molluschi sul bagnasciuga.

Come ci avviciniamo scappano sospettose per poi fermarsi di nuova quando ritengono di essere ad una distanza di sicurezza. Quindi ci guardano circospette pronte a scappare al nostro minimo movimento.

Un coloratissimo tucano ci vola sopra la testa. Vola di ramo in ramo e lo seguiamo per cercare di riprenderlo da vicino.

Le formazioni rocciose sono incredibili, lunghe stalattiti pendono dall’’alto e a passarci sotto sembra che debbano staccarsi e trafiggerci da un momento all’’altro. Tra le rocce gli alberi si sono ricavati il loro spazio al sole, contorcendosi ed adattandosi in spazi angusti. Il posto è molto bello ed ispira una gran pace.

Venerdì

Lasciamo l’’ancoraggio sotto un sole giallo che crea degli splendidi effetti sulle rocce giallastre. Siamo diretti a Ko Phetra (Ko significa isola in tailandese) e navighiamo tra scogli e faraglioni che spuntano dal mare che qui è profondo pochi metri. Chissà come hanno fatto ad arrivare qua, dato che la costa è bassa è paludosa?

Ko Phetra sembra la punta di una cima dolomitica, è alta qualche centinaia di metri e verticalmente a picco sul mare. Con la luce del tramonto sembra la Marmolada!
Ci ancoriamo sulla parte est, il vento viene stranamente da nord ovest, davanti ad una piccola capanna abbarbicata contro la roccia in un piccolo spazio di pochi metri quadrati. Arrivano dei pescatori che subito vanno a fare visita all’’abitante della capanna.

Dato il posto assolutamente fuori dal mondo ipotizziamo che sia abitata da un eremita od un santone e che i pescatori gli siano andati a rendere omaggio ed a portargli qualche offerta.

Sabato

Dormiamo male, la forte corrente di marea ci ha fatto girare al traverso del vento e per tutta la notte le ondine hanno sbattuto contro lo scafo.

Appena fa’ luce salpiamo subito. Siamo diretti a Ko Muk e come al solito non c’è un filo di vento ed il mare è liscio come l’’olio. Facciamo lo slalom tra gli scogli fino all’’ancoraggio che si trova in una bella baietta con spiaggia e palme di contorno, stretta tra alti picchi a strapiombo. Qui l’’acqua è meno torbida del solito, ne approfittiamo per andare a pescarci la cena, poi andiamo in gommone a vedere un hong che si trova a poche centinaia di metri dalla baia.

Gli hong, stanza in tailandese, sono delle lagunette all’’interno della montagna aperte al cielo, ma non visibili dal mare. Solitamente sono in comunicazione con il mare per mezzo di una o più grotte che a volte sono navigabili in certi stati della marea. Gli hong sono stati scoperti dall’’aria durante la Seconda Guerra Mondiale, quando da foto aeree hanno visto delle macchie blu in mezzo alla foresta.

L’hong di Ko Muk è famoso per la sua spettacolarità ed è raggiungibile solo con la bassa mare dopo aver percorso una grotta per circa 300 metri.

Imbocchiamo la grotta che all’inizio è alta e luminosa, poi dopo una curva a gomito diventa buia, bassa e stretta. L’’aria diventa subito pesante, piena di umidità e con un forte odore di muffa.

Non abbiamo la pila e con il gommone rischiamo di andare a sbattere contro le taglienti sponde. C’è un gruppetto schiamazzante di ragazzini tailandesi che evidentemente conoscono la strada. Loro sono in acqua e ci trainano al buio fino a che intravediamo di nuovo la luce.

E’ un emozione dopo l’’oscurità ed il senso di chiuso della grotta sbucare in una spiaggetta circondata per 360 gradi da pareti di roccia verticale pieni di vegetazione.

All’’interno degli hong si crea un microclima particolare, e la vegetazione è strabiliante. Il suono degli uccelli e delle cicale è amplificato dalle ripidi pareti.
Rimaniamo per 10 minuti a testa in alto, guardando il cielo azzurro dalla “finestra” circolare ritagliata sulle nostre teste. Le piante sono ancorate con le loro radici negli interstizi delle rocce e si protendono pericolosamente nel vuoto per cercare una migliore esposizione alla poca luce che filtra dall’’alto.

La domanda ci sporge spontanea: come diavolo ha fatto a crearsi questo enorme buco nella montagna? Dove sono finiti i detriti del crollo che ha causato la formazione della camera? Non lo sappiamo ma il risultato è veramente da lasciare senza fiato.

Rimaniamo dentro quasi un ora, per gustarci l’’atmosfera dell’hong senza gente. Alla fine rimaniamo solo noi e una coppia di neozelandesi che organizzati si sono portati una bottiglia di vino e brindano alle meraviglie della natura.

Riprendiamo il gommone e ripercorriamo il lungo tunnel fino al mare. Dopo il piacere ci aspettano alcune incombenze.Andiamo alla spiaggia a pulire il pesce pescato, a bruciare l’’immondizia e con grande piacere a fare una doccia con l’’acqua dolce di una sorgente che sgorga sulla spiaggia.

Scavando una buca nella sabbia, l’’acqua dolce immediatamente la riempie e con una mezza bottiglia, trovata sulla spiaggia, si raccoglie l’’acqua e ci si fa la doccia.

La bella giornata si chiude degnamente con un tramonto da cartolina.