Rotta verso l’italia

La rotta verso casa

Su questa pagina troverai gli il diario degli ultimi giorni che ancora non hanno anncora trovato posto nel diario.
Le notizie sono ordinate per giorno, a partire dalla più recente.

Domenica 14 gennaio 2001

Canale di Suez
Aspettiamo impazienti l’arrivo dell’agente che ci deve accompagnare a fare il pieno di gasolio. Nell’attesa cerchiamo di distrarci guardando le navi che sfilano sotto i nostri occhi. Quando finalmente il tizio arriva, ha accumulato piu’ di un’ora di ritardo e ora c’e’ pochissimo tempo prima dell’arrivo del pilota che ci accompagnera’ lungo il canale. Alla fine tutto fila liscio nonostante la tensione e i battibecchi per le noiose richieste di mancette, per i pagamenti anticipati, per i nostri documenti non restituiti e per il pilota che sostiene che ormai e’ tardi. Fatto gasolio, il pilota sale a bordo e si parte. E’ piu’ faticoso di una traversata avere a che fare con questa gente! Le navi viaggiano poco piu’ veloci di noi e iniziamo a rilassarci sotto un sole che, ahi me, non scalda piu’ molto.
Il pilota non parla inglese e così ci si intende con i gesti, per dirci che vuole la mancia pero’ si fa intendere bene. E’ ormai un’usanza consolidata che se tutto fila liscio sigarette e soldi vengano date al pilota che accompagna. Annalisa gli da 10 dollari, a noi sembrava gia’ una bella cifra considerato che e’una mancia e abbiamo gia’ pagato all’agente una tariffa considerevole per il pilota. Il tizio dice che ne vuole altri e alla risposta negativa di Annalisa, le restituisce i soldi. Rimaniamo sorpresi e per niente offesi del gesto. Che si sia offeso per aver ricevuto soldi da una donna?
Alle 5 siamo ancorati nel porto di Ismalia, il sole sta tramontando e siamo stanchi per le vicende della giornata. Ci rintaniamo sotto coperta cercando di scaldare l’ambiente cucinando la cena.

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Sabato 13 gennaio 2001

Canale di Suez
Siamo a metà del canale di Suez. Fuori fa un gran freddo. Per oggi niente diario.

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Venerdi 12 gennaio 2001

Canale di Suez
Oggi non abbiamo fatto niente, o quasi. Un po’ di pulizia a bordo, un paio di giri con le taniche per riempire i serbatoi d’acqua e poco altro. Il tutto allietato dalla cantinelante voce del muezzin della vicina moschea. E’ venerdi, la domenica mussulmana, e la preghiera è più lunga del solito. Domani mattina presto passeremo il canale di Suez.

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Giovedi 11 gennaio 2001

Canale di Suez
Oggi se tutto va bene è l’ultimo giorno di navigazione nel Mar Rosso. Non ne possiamo più: andare contro vento e mare è uno sport poco piacevole. Abbiamo notato che la mattina presto il vento è più debole, quindi ci facciamo l’ennesima levataccia e alle cinque siamo gia in movimento. Il vento oggi non è troppo forte e le onde ormai non hanno più spazio per svilupparsi, dato che siamo a poche miglia dalla fine del golfo.
L’approccio a Suez è abbastanza traumatico. Un’immensa nave fabbrica (sono i giapponesi che finiscono le auto in navigazione dentro queste grandi navi dalla forma rettangolare) ci suona la sirena, gli siamo tra i piedi. Noi ce ne stavamo ai bordi del canale e non capiamo dove voglia andare, comunque vediamo bene di cambiare rotta, sembra un palazzo di 10 piani e, date le dimensioni ha tutte le ragioni. Allontanandoci vediamo che la nave si voleva ancorare esattamente nella zona dove stavamo navigando, e noi che ce ne stavamo fuori del canale per non dare fastidio a questi mostri marini!
Poi una barca di piloti del porto si avvicina, vogliono dei pacchetti di sigarette. Non siamo abituati alle richieste di regali o mance (bakshesh), ma nei prossimi giorni saranno molto frequenti. Rispondiamo di no con un sorriso.
Siamo a poche centinaia di metri dall’ingresso del canale, dobbiamo infilarci dentro per raggiungere lo yacth club, chiediamo l’autorizzazione via radio per entrare. Chiamiamo il Port Control, ma immediatamente una selva di voci inizia a chiamarci chiedendoci di spostarci su vari canali. Sono degli agenti per il transito del canale che si spacciano come “controllori del porto”. Per attraversare il canale sono necessarie parecchie pratiche burocratiche per le quali bisogna affidarsi ad un agente. Gli agenti sono tanti e le barche di passaggio ormai sono poche (a causa della pirateria nel golfo di Aden la maggioranza preferisce passare per il Sud Africa) così tutti i mezzi sono buoni per accaparrarsi un cliente. E’ necessario arrabbiarsi, perché l’autorità portuaria (probabilmente compiacente con gli agenti) intervenga e finalmente ci dia il permesso di entrare.
Prendiamo il corpo morto davanti allo yacth club e immediatamente siamo abbordati da un agente. E’ d’agenzia conosciuta e consigliata quindi lo facciamo salire a bordo. Il tizo dell’agenzia si rivela efficiente e dopo un ora arriva anche l’ufficiale del canale di Suez per misurare la barca. Passeremo il canale sabato e domenica, domani è venerdì giorno di riposo per i mussulmani e anche per noi!

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Mercoledi 10 gennaio 2001

Suez – Ras Matarma
Ieri sera c’è stata l’eclissi di luna, ma fuori faceva troppo freddo, quindi ci siamo accontentati di vedere l’inizio e poi ci siamo rifugiati sotto le coperte. Alle 8, dopo 12 ore di sonno, ci svegliamo con una temperatura all’interno della barca di 12°C! Non avendo la stufa, la nostra è una barca tropicale, non possiamo fare altro per scaldarci che accendere i fornelli e berci un te bollente.
Alle 8 riprendiamo la navigazione, sempre contro vento e contro le onde. Siamo a 50 miglia da Suez, e poiché non abbiamo voglia di sbattere per 12 ore, scegliamo di dividere il tragitto in due tappe.
A mezzogiorno ci ancoriamo a Ras Matarma che è una città di case nuove, ma guardando con il binocolo non si vede in giro nessuno, forse è un luogo di villeggiatura ed ora siamo fuori stagione. Passiamo il pomeriggio al sole al riparo dal vento, per immagazzinare un poco di calore per la notte, come le lucertole.

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Martedi 9 gennaio 2001

Suez – Ras Malab
Notte in navigazione piena di luci: una bellissima luna piena, le fiammate delle piattaforme petrolifere e le luci delle navi. Passiamo due ore a testa fuori in pozzetto a controllare di non finire contro una piattaforma o una nave
Durante la giornata il vento da nord (contrario) lentamente aumenta, Ma non doveva esserci vento da Sud-est? Nel pomeriggio il mare si alza terribilmente. Fatichiamo ad avanzare contro le onde, che sono ripidissime.La prua si inpenna poi ricade rumorosamente nel cavo dell’onda. Dobbiamo trovare un ridosso. Per raggiungere Ras Malab ci mettiamo tutto il pomeriggionon riuscendo mai a superare la velocità di 3 nodi.
Quando finalmente buttiamo l’ancora nella baia ci sembra di essere usciti da un incubo. Sono le ultime luci del giorno e le prime della notte, un fantastica luna piena sta facendo capolino dietro le montagne della baia e velocemente si alza in cielo illuminando la costa come un lampione.
In pochi minuti siamo sotto le coperte!

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Lunedì 8 gennaio 2001

Risalita verso Suez
“Ehi abbiamo compagnia!” Una barca a vela di 18 metri butta l’ancora a pochi metri da noi. L’equipaggio si sbraccia per salutarci e dopo pochi minuti siamo a bordo del “Vintas” per bere un caffe’ e scambiarci informazioni. I simpatico miscuglio di spagnoli e italiani si sta dirigendo nella direzione contraria alla nostra e con rammarico realizziamo che staremo in loro compagnia solo oggi.
La giornata e’ splendida il vento sta calando e così ne approfittiamo per una passeggiata sull’isola. La distesa sabbiosa spianata dal vento è purtroppo deturpata da ogni tipo di rifiuti persino catrame. Raccattiamo del legname per fare un bel fuoco, gli spagnoli ci hanno invitato ad una “parrillata” di carne sulla spiaggia. Forse dovremmo levare l’ancora e sfruttare il poco vento per risalire verso Suez, ma le previsioni hanno annunciato vento debole e variabile ancora per 3 giorni quindi possiamo aspettare un paio d’ore. La carne alla brace e’ buonissima, sara’ che ormai ne avevamo dimenticato il sapore!
Alle 4 del pomeriggio il vento e’ completamente assente, dobbiamo andare, leviamo l’ancora e partiamo.

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Domenica 7 gennaio 2001

Hurgada – Tawila
Sono le due del mattino qualche rumore ci ha svegliato o forse è l’assenza dell’ululato del vento. Il vento si è calmato, dobbiamo assolutamente approfittarne. Con uno sforzo di volontà enorme, ci alziamo e salpiamo. Questa volta è una fregatura! Appena scapoliamo il capo ci investe un violento vento con il mare ripido. Per fortuna a 15 miglia c’è un altro capo, quindi non ci resta che puntare verso la costa, dove le onde sono meno violente e stringere i denti.
All’alba ci si para davanti uno spettacolo orribile. Siamo a 10 miglia da Hurgada e la costa è completamente disseminata di enormi complessi alberghieri, moltissimi sono ancora in costruzione, sembrano dei loculi. Le montagne desertiche sembrano mutilate dai terrapieni creati dalle ruspe. Man mano che ci avviciniamo il mare si calma e possiamo prenderci una boccata di ossigeno. Non ci fermiamo ad Hurgada, dato che ci attrae ben poco, ed inoltre le autorità sembrano non gradire molto le barche di passaggio. Hanno vietato tutti gli ancoraggi dei dintorni e impongono una tassa di 300$ mensili anche se si resta poche ore.
Ci facciamo altre 20 miglia di mare rabbioso fino ad arrivare a Tawila, che è una splendida isoletta deserta e dorata, dove c’è un ancoraggio riparatissimo. Questo posto è un po’ il trampolino per la risalita del golfo di Suez. Dobbiamo aspettare condizioni di vento buone e partire. Quest’ultima parte del Mar Rosso è la più dura, ci sono pochissimi ridossi, il golfo è disseminato di piattaforme petrolifere (alcune delle quali dimesse e non illuminate) e c’è un traffico continuo di navi.
Ora il vento soffia violentissimo e freddo. Vicino a noi ci sono dei pescatori, alcuni stanno calando una rete vicino alla spiaggia e altri con delle lunghe pertiche, immersi nell’acqua gelida, spaventano i pesci per farli finire nella rete. Al calar del sole si ritrovano sulla spiaggia, fanno le loro preghiere e accendono un fuoco per scaldarsi e forse per cucinare qualcosa. Che dura vita!

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Sabato 6 gennaio 2001

Safaga
Anticipiamo di poco il muezzin e alle 4 siamo già in moto. Il vento è debole ed il mare relativamente calmo. Ormai abbiamo capito che da queste parti l’unica possibilità per non avere troppo vento, quando il tempo è stabile, è di viaggiare la notte, quindi ci adattiamo. Fino a che non si alza il sole fa un freddo cane, e quello che sta fuori deve coprirsi con 3 o 4 strati di piles e cerate.
Arriviamo a Safaga alle 13, non abbiamo nessuna intenzione di fare le pratiche di ingresso, ci fermiamo solo il tempo necessario per fare un po’ di gasolio. Ci ancoriamo davanti ad un centro diving tedesco e andiamo a terra con le taniche. L’unica possibilità è di prendere un taxi e andarle a riempirle al distributore. Safaga è un ammasso di alberghi e resort costruiti senza alcun criterio lungo le spiagge. La cittadina, per quel poco che vediamo è piuttosto squallida e non rimpiangiamo il fatto di essere di fretta. Gli egiziani cercano di approfittarsene con i turisti, e ci tocca trattare anche per il prezzo del gasolio!
Alle 16 siamo di ritorno in barca, sollevati che tutto sia andato bene; non è piacevole fare i clandestini, ma d’altronde fare le pratiche significa perdere un giorno per uffici. Come tiriamo in coperta il gommone arriva una barca locale, è la polizia di spiaggia. Non parlano inglese, ma ci fanno capire che vogliono vedere i documenti e quando scoprono che non abbiamo il visto ci fanno capire chiaramente che è meglio che ce ne andiamo. Onde evitare problemi lo facciamo in fretta. Il sole ha già fatto capolino dietro le montagne e non è certo la situazione ideale per identificare i pericolosi reef. Arrivando nel pomeriggio avevamo notato un corpo morto su un reef a 2 miglia dal paese e ci dirigiamo li. Fortunatamente la navigazione è breve e quando finalmente agguantiamo la cima dell’ormeggio diamo un bel sospiro di sollievo.

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Venerdì 5 gennaio 2001

Quseir
Si ripete la situazione di ieri, partiamo con il vento debole, ma dopo un paio d’ore rinforza e a mezzogiorno ci tocca trovare rifugio a causa delle onde che sono diventate grosse e ci impediscono di avanzare.
Ci fermiamo a Quseir che con nostra sorpresa è una piccola cittadina araba, con tanto di moschee, minareti e… muezzin ogni 5 ore (anche di notte). Il porto, a prima vista, sembra completamente aperto, ma una volta ancorati non si sta malissimo. Sempre meglio che stare a sbattere in mezzo al mare!
Non è stata una gran festa di compleanno per Lorenzo! Qualcuno per radio gli ha augurato cento di questi giorni e lui ha risposto “speriamo di no!”

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Giovedì 4 gennaio 2001

Ras Torombi
Renato, che sentiamo per radio, dice che abbiamo un gran “culo” perché il vento anche questa mattina è debole. Purtroppo la sua affermazione si rivela una bella gufata e dopo un paio d’ore dalla partenza ci troviamo a saltare come sul tagadà del luna park.
Rimaniamo molto vicino alla costa dove le onde sono meno ripide, ma dove però bisogna fare molta attenzione alla barriera corallina che a volte si protende verso il mare. Sulla costa l’affascinante desolazione del deserto sabbioso è interrotta a volte da mostri di cemento progettati per inscatolare turisti.
Le nostre buone intenzioni di percorrere una quarantina di miglia anche oggi cadono miseramente, resistiamo per 5 ore e poi cerchiamo rifugio a Ras Torombi. Qui, la costa si protende verso il mare e assieme alla barriera corallina crea un’ansa dove le ripide onde non entrano (o meglio entrano poco).
A terra c’è solo una postazione militare, la strada costiera con qualche veicolo di passaggio e le colline di sabbia dorata.

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Mercoledì 3 gennaio 2001

Fa un freddo cane!!
Altra giornata di dura navigazione a motore e contro vento. Questa mattina saremmo stati fermi volentieri, ma il vento non era troppo forte, e così ne abbiamo approfittato. Percorriamo 45 miglia e ci ancoriamo dietro un reef, di cui non sappiamo il nome, giusto in tempo prima dell’arrivo del vento forte.
Siamo ancorati vicino ad un barcone che porta in giro i subacquei e quando al calare della sera li vediamo prepararsi per l’immersione, li guardiamo allibiti. Avranno anche una bella muta, ma fa un freddo cane!!

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Martedì 2 gennaio 2001

Wadi Gimal
A mezzanotte siamo già in piedi. Non c’è un filo di vento e dobbiamo assolutamente approfittarne. E’ buio pesto e prima di levare l’ancora ci prendiamo qualche riferimento, dato che siamo ancorati a pochi metri dalla barriera corallina, e non vogliamo finirci dentro. L’operazione di levare l’ancora si rivela più complicata del previsto. La catena si è incastrata in una testa di corallo e ci tocca tirare e penare per mezz’ora prima di riuscire a partire.
La navigazione notturna procede senza storia, siamo a tutta velocità e maciniamo miglia rubandole al vento contrario che solitamente batte la zona. Alle 10 la pacchia finisce, inizia il ventoe subito il mare si ingrossa. Modifichiamo la rotta e ci dirigiamo verso terra alla ricerca di un riparo.
Lo troviamo a fianco di una bella isola dorata, Wadi Gimal. Ci ancoriamo a mezzogiorno, nonostante il vento il sole è caldo e, prendendo il coraggio a due mani, decidiamo di andare a fare il bagno per vedere un po’ di fondali e pescarci la cena. I fondali sono belli ed il corallo vivo e colorato, l’acqua è gelida e riduce la nostra autonomia a poche decine di minuti, giusto il tempo di pescarci un paio di pesci.

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Lunedì 1 gennaio 2001

Ras Banas
Alle 8, scortati da una banda di delfini giocosi, lasciamo Dangerous Reef. Il vento si è calmato un po’, e la navigazione non contro vento e mare, non è troppo dura. Arriviamo a Ras Banas, uno dei pochi capi della costa ovest del Mar Rosso, alle 15. Siamo indecisi se continuare e navigare tutta la notte o fermarci, poi, quando siamo in prossimità del capo il vento rinforza e decidiamo di fermarci.
Il capo è suggestivo: una lunga striscia di sabbia dorata con 3 casette bianche sulla punta. E’ un avamposto militare ma per fortuna non sembrano avere una barca, quindi siamo tranquilli di non avere visite indesiderate. In compenso hanno tre dromedari che probabilmente i militari usano per spostarsi fino al villaggio che dista una decina di chilometri. Ci ancoriamo in 7 metri sul corallo, speriamo che la catena non s’incastri!
Ci facciamo un piatto di tagliatelle col ragù. Intanto il vento si è calmato completamente, siamo indecisi se partire subito o aspettare domani mattina. Il capo di Ras Banas è famoso per essere investito da vento forte e mare grosso, quindi avere la possibilità di passarlo in bonaccia ci alletta molto. Chiediamo consiglio all’appuntamento serale con le barche italiane del Mar Rosso. Renato, che è il massimo esperto della zona, ci suggerisce di dormire qualche ora e partire a mezzanotte se il vento è ancora calmo. In questo modo se poi si alza il vento arriviamo ad un riparo all’alba senza a stare a sbattere in mare tutta la notte. Alle 19.30 siamo già a letto.

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Domenica 31 dicembre 2000

Dangerous Reef
Tutto procede bene fino alle 4 del mattino, quando il vento gira a nord e si intensifica. E’ incredibile vedere quanto poco tempo il mare necessiti per arrabbiarsi da queste parti. In mezz’ora le onde sono già di un paio di metri e la barca salta come un cavallo imbizzarrito.
Cambiamo subito rotta e dirigendoci verso la costa dell’Egitto nella speranza che offra un po’ di riparo dai frangenti. Siamo stanchi e infreddoliti e tesi per la paura di avvistare un reef troppo vicino. La carta nautica non è affidabile, i rilevamenti risalgono al 1830, e ai quei tempi errori di qualche miglio erano comuni. Siamo diretti a Dangerous Reef, che raggiungiamo alle 14, con grande sollievo. L’ancoraggio è dietro una sottile striscia di barriera corallina lunga 2 chilometri e anche se offre una certa protezione, dal punto di vista psicologico non rassicura molto. Non c’è terra emersa, se si esclude due piccole roccette alte un metro e lunghe due occupate da una decina di sule (grossi uccelli marini) che si litigano il poco posto disponibile.
Come gettiamo l’ancora il comitato di accoglienza ci viene a dare il benvenuto. Sono tre grossi delfini che fino al tramonto continuano a girare intorno alla nostra barca. Evidentemente siamo nel mezzo del loro territorio di pesca. Probabilmente il fondale sarà splendido, ma l’acqua fredda, il vento ululante e la stanchezza non ci spingono certo in acqua.

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Sabato 30 dicembre 2000

In rotta verso nord
Dopo una notte piena di incubi e di brutti pensieri circa il motore, alle 6 siamo entrambi svegli pronti a cercare di capire perché non funziona più. Dato che dell’acqua ha colato sul motore supponiamo che ci sia un problema elettrico.
Abbiamo appuntamento alle 8 per radio con Renato. Gli spieghiamo il problema e subito ipotizza che la batteria di avviamento sia partita. Proviamo ad avviare con le batterie dei servizi e il motore, con nostro immenso sollievo parte. L’incubo di noi nel deserto con il motorino d’avviamento nello zaino alla ricerca di un pezzo di ricambio, si dissolve e la vita ci ritorna a sorridere.
C’ è il sole, calma piatta e in 5 minuti rimettiamo tutto a posto e partiamo. La navigazione è veloce, c’è un leggero vento da sud-est, e decidiamo di approfittarne per fare la notte in mare e guadagnare un centinaio di miglia verso nord.

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Venerdì 29 dicembre 2000

Marsa Halaka
C’è calma di vento, Renato aveva ragione! Alle 7 siamo in piena attività e alle 8, scortati da Federico che ci precede in gommone, dato che la visibilità è pessima, siamo già fuori.
Ci dispiace partire, ci siamo trovati bene con loro e ci sarebbe piaciuto passare insieme il capodanno, ma da queste parti quando il vento cala bisogna approfittarne, non capita poi tanto spesso. La navigazione è quasi piacevole, sempre a motore, ma senza onda e la temperatura è più piacevole. Il mare in certi punti ribolle a causa dei tonni che si avventano sulle sardine, a volte ci fanno prendere un colpo, sembra che ci sia un bassofondo, invece sono loro che banchettano. Uno abbocca alla nostra canna, ma evidentemente è troppo grosso e dopo averci srotolato tutto il filo dal mulinello, si è portato via la nostra preziosa esca, un pescetto di plastica che vendono a caro prezzo.
Riusciamo a tenere una buona media, e così riusciamo a percorrere quasi 50 miglia ed arrivare fino a marsa Halaka. Siamo indecisi se fermarci o meno, il vento è calmo e dovremmo approfittarne. Diamo un’occhiata al motore e scopriamo di avere un po’ d’acqua in sentina, c’è una perdita da qualche parte. Ci fermiamo a controllare.
L’ingresso nella marsa, che è un vero e proprio canale nel deserto lungo 3 chilometri, è facile, solo che abbiamo il sole negli occhi e ci tocca procedere lentamente.
Risolviamo subito il problema della perdita, una fascetta si era allentata, solo che quando proviamo ad accendere il motore questo non parte, il motorino di avviamento non da segni di vita. Ormai è buio, siamo depressi, ci guarderemo domani.

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Giovedi 28 dicembre 2000

Isola dei Serpenti
Il vento è ancora forte, ma oggi il cielo è velato e un po’ di foschia vela le montagne all’orizzonte. Secondo Renato è un buon segno, significa che il vento calerà. Ora il vento è sui 20-25 nodi e decidiamo di aspettare un altro giorno.
Insieme a Fulvia, Valentina e Diego organizziamo una spedizione sull’Isola dei Serpenti. L’isola sarà alta un centinaio di metri ed è quasi completamente spoglia di vegetazione. Camminando troviamo moltissimi fossili: piccoli datteri di mare, conchiglie simili alle vongole, grossi blocchi di corallo. Probabilmente anticamente c’era solo barriera corallina.
Dalla sommità dell’isola si gode di una splendida vista: tutt’intorno la grande laguna verde smeraldo, a est il mare coperto di onde bianche e a ovest le gialle scogliere dell’isola di Magarsam. Ci sono almeno tre nidi di falchi pescatori. Gli uccelli non gradiscono la nostra intrusione e prima ci fanno dei versacci, poi ci volano sulla testa minacciosi. Sulla spiaggia dall’altro capo dell’isola insieme agli immancabili rifiuti di plastica e macchie di petrolio, troviamo i resti di una tartaruga.
Tornati in barca assaggiamo il formaggio, prodotto mettendo a cagliare un litro di latte durante la scorsa notte: è buonissimo, sembra stracchino. Evidentemente la produzione casearia preferisce i climi temperati rispetto a quelli tropicali, non ci era mai venuto così buono!
Nel pomeriggio Renato ci spiega quali sono gli ancoraggi lungo la costa del Sudan e dell’Egitto. Si vede che bazzica da queste parti da una vita, conosce il Mar Rosso come le sue tasche.

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Mercoledi 27 dicembre 2000

Isola dei Serpenti
Il vento non molla e non è il caso di muoversi.
Passiamo la mattinata in barca con Federico a discutere di computer e barche e dei numerosi problemi che l’uno e l’altra creano.
Poi nel pomeriggio Renato ci porta con il suo poderoso gommone al reef a nord dell’isoletta per un giro di “ispezione” subacqueo”. Il vento è ancora forte e si formano delle onde piuttosto ripide così ci si deve armare di coraggio prima di buttarsi in acqua. Con grande sorpresa la temperatura del mare non e’ poi così bassa e si sta meglio in acqua che fuori al vento. Una tartaruga marina che nuota con eleganza, due enormi carangidi, cernie, pesci pappagallo, tutti incuranti della nostra presenza. Il corallo purtroppo ha sofferto, deve essere stato il Nino di qualche anno fa, ma si sta riprendendo bene.
La sera ceniamo ancora tutti assieme sull’Ernesto Leoni, la barca di Renato, e passiamo ancora una piacevole serata rievocando ricordi del Pacifico e spremendo le conoscenze di Renato sul Mar Rosso.

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Martedi 26 dicembre 2000

Verso Isola dei Serpenti
Questa mattina ce la prendiamo con calma. Durante la notte siamo stati svegliati più volte dell’ululato continuo del vento e la stanchezza si sta accumulando. Il sole, al riparo dal vento è caldo e la doccia all’aperto con l’acqua preventivamente scaldata sui fornelli non è troppo traumatica.
“Dai facciamo un altro piccolo sforzo, in 2-3 ore potremmo raggiungere Federico e Renato che sono all’ancora 10 miglia più a nord”. Il vento soffia forte ma per fortuna navighiamo in una zona protetta e la navigazione è meno dura di ieri.
Lo spettacolo delle montagne sulla costa alla nostra sinistra lascia senza fiato. Non c’è traccia né d’essere umano né di vegetazione, solo sabbia gialla e montagne rossastre immerse tra il cielo azzurro ed il mare.
Arriviamo all’Isola dei Serpenti alle 13. Il sole è alto e la luce perfetta per identificare le pericolose “patate”, teste di corallo che innalzandosi dal fondo colorano la superficie del colore del tubero. Il passaggio per l’ingresso alla lagunetta protetta è stretto e l’interno è un campo minato dalle pericolose macchie color patata. Renato ci scorta con il gommone e riusciamo ad evitare tutti i pericoli.
Il posto è fantastico, la laguna celeste è dominata dalla collinetta dorata dell’Isola dei Serpenti, “Ehi perché si chiama così? Non ci saranno mica i serpenti?” “Domani lo scopriremo!” Per cena siamo invitati sull’Ernesto Leoni, la barca di Renato e Cristina, con Federico e Fulvia ed i loro bellissimi bambini.
Il vento a tratti sembra mollare, ma poi riprende ancora più forte. Chiediamo informazioni a Renato sulla meteorologia del Mar Rosso, e’ qui da 14 anni e può essere considerato il massimo esperto dell’area.

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Lunedi 25 dicembre 2000

Natale controvento
Trascorriamo un pessimo giorno di Natale, navigando a motore contro un vento furioso. Speriamo che a voi sia andata meglio.

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Domenica 24 dicembre 2000

Vigilia di Natale
Passiamo la giornata a navigare controvento, a motore. Troppo faticoso anche scrivere. Per oggi niente diario.

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Sabato 23 dicembre 2000

Ancoraggio a Marsa Fijab
Forti dell’esperienza dei giorni scorsi, partiamo presto, il vento è stato debolissimo tutta la notte e dobbiamo approfittarne. Siamo diretti a Marsa Fijab che si trova 25 miglia più a nord.
Oggi il vento è clemente e a tratti riusciamo addirittura a veleggiare, il sole finalmente splende e ci scalda. Anche il paesaggio sta cambiando, le colline verdi lasciano posto ad una distesa sabbiosa disseminata da aridi cespugli e contornata dalla barriera corallina che fa spumeggiare i frangenti.
Arriviamo a Fijab alle 13, la luce è ottima e non abbiamo nessuna difficoltà ad entrare nel labirinto di coralli. E’ uno spettacolo! Stiamo navigando in mezzo al deserto, ci sono anche i cammelli che pascolano ai bordi della laguna. Ci ancoriamo nella laguna più interna in un posto molto riparato, il vento è ancora debole, ma è prevedibile che rinforzi. Siamo entrambi malaticci, con tosse e raffreddore, e siamo stizzosi per la stanchezza accumulata negli ultimi giorni. Se domani c’è troppo vento restiamo qui!
Mettiamo in acqua il gommone e andiamo alla ricerca della cena. Viste le nostre precarie condizioni non è il caso di andare a fare pesca subacquea, ci accontentiamo di fare un po’ di traina.
Sulle isolette che ci circondano, lingue di sabbia protese verso la lagunetta, nidificano gli uccelli, al nostro passaggio ci guardano sospettosi. Un enorme uccello grigio perla aspetta che gli arriviamo vicino e poi, controvoglia, prende il volo. Avrà un’apertura alare di un paio di metri e riesce ad alzarsi sfruttando la forza del vento, che ora ha iniziato a soffiare con forza.
Peschiamo una cernia di un chilo e torniamo in barca soddisfatti. Il sole è basso ed incomincia a fare freddo. Filetto di cernia con timo e insalata di pomodori.

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Venerdi 22 dicembre 2000

Rotta per Umbria
Navigazione, a motore e contro vento, da Marsa Ata ad un reef fuori di Port Sudan chiamato Umbria.
Abbiamo appuntamento con Roberto del Filicudi, che gentilmente si è offerto di farci la spesa di frutta e verdura e darci 80 litri di gasolio. Questo c’eviterà di fermarci a Port Sudan, perdere un paio di giorni ed un sacco di soldi (120$), per fare le pratiche d’ingresso e uscita. Roberto ci viene incontro con il gommone e ci mostra l’ingresso, che è largo. Questo reef è famoso perché è la “tomba” di una nave italiana, l’Umbria. Nell’Agosto 1940 diretta in Eritrea era ferma a Port Sudan il giorno dell’inizio della seconda guerra mondiale. Dato che questo era una colonia inglese il comandante, per non rendere disponibili le tonnellate di armi e munizioni di cui era carica la nave, ha preferito auto affondarsi. Ora è ancora piena di bombe, tant’è che le carte nautiche proibiscono di passargli vicino, ed è una delle mete preferite dai subacquei che frequentano numerose queste acque. Noi siamo entrambi malaticci, con mal di gola e raffreddore, quindi piuttosto che immergerci preferiamo andare sul Filicudi e vederci le riprese subacquee di Roberto.
Il Filicudi è una vecchia barca da pesca del 1923 perfettamente restaurata e mantenuta. Ora Roberto e Mery, che sono entrambi esperti sub, la usano per ospitare subacquei desiderosi di esplorare le meravigliose barriere coralline del Sudan.
Dopo aver passato il pomeriggio a scambiarci notizie e informazioni, finiamo la giornata con un ottimo piatto di tagliatelle, fatte in barche sul Walkabout.

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Giovedi 21 dicembre 2000

Rotta per Marsa Ata
Alle 3 il vento gira a nord est e rinforza. Siamo costretti a fare un bordo verso la costa del Sudan per cercare rifugio in uno dei numerosi ancoraggi.
La navigazione con il vento forte, in una zona con isolette basse e reef, sapendo che la carta non è troppo precisa (sono fatte per le navi, che evitano di andare ad infilarsi tra i reef!) non è per niente rilassante. Chi è di turno per evitare di addormentarsi usa il timer (che normalmente usiamo per sapere quando il riso è cotto). Ogni venti minuti suona e ogni volta chi è di turno fa il punto sulla carta per verificare di essere perfettamente in rotta. All’alba siamo ormai a una decina di miglia dal primo ancoraggio, la tentazione di fermarci è forte, ma poi seguiamo i consigli degli amici alla radio. Quando il vento non è troppo forte conviene andare.
Siamo convinti, facciamo rotta per Marsa Ata, che si trova a 20 miglia a sud di Port Sudan. Percorriamo il canale tra i reef a vela e motore così da mantenere una buona velocità nonostante il vento quasi contrario così non è troppo dura. Davanti a Suakin, il secondo porto del Sudan,c’è una nave che ha sbagliato “strada”, sembra che non abbia seguito le mede di segnalazione e si è andata ad arenare sulla barriera corallina. Due grossi rimorchiatori tentano di trainarla, senza successo.
Marsa Ata non è altro che una spaccatura nella barriera corallina che corre parallela alla costa. All’interno c’è un canale sufficientemente profondo per ancorarsi e protetto solo dalla barriera. L’ingresso è facile, anche se arrivando alle 16 ed essendoci il cielo nuvoloso, non c’è una buona luce; da tutti gli esperti del luogo e’ ampiamente sconsigliato arrivare dopo le 15. L’ancoraggio è tranquillo, siamo ai bordi di una specie di palude che pullula di uccelli. Al tramonto ci vengono “a salutare” 3 grossi fenicotteri rosa che si fanno un giro sopra la barca e poi se ne vanno. Alle 20 siamo gia a dormire!

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Mercoledi 20 dicembre 2000

Entrata in Sudan
Giorno senza storia!
La navigazione procede veloce con il vento in poppa e una corrente di un nodo a favore. Nel pomeriggio lasciamo l’Eritrea ed entriamo nelle acque territoriali del Sudan. C’è sempre foschia, causata dalla polvere del deserto, e anche se siamo a poche miglia dalla costa non vediamo niente.
Annalisa si è ripresa dal potente raffreddore e può mettere il naso fuori dopo un giorno passato a soffiarsi il naso in cuccetta.
All’appuntamento serale con le altre barche italiane in Mar Rosso arriva una brutta notizia; quelli che sono a Port Sudan hanno vento da nord, quindi sta per finire la pacchia.

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Martedi 19 dicembre 2000

Lasciamo Massawa diretti verso il Sudan
Si parte. Ci tocca fermarci in banchina per dare la possibilità all’ufficiale dell’immigrazione di verificare che non abbiamo clandestini, poi alle 9 lasciamo Massawa.
Il mare è calmo, non c’è vento e c’è una foschia che limita la visibilità a pochi chilometri. Ci facciamo 10 miglia a motore, poi arriva il vento, fortunatamente dalla direzione giusta, sud est, e navighiamo a vela tutto il giorno. Ci sono un sacco di pellicani che curiosi ci volano vicini. Poi si adagiano sull’acqua davanti a noi, ma quando li raggiungiamo riprendono il volo.

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Lunedi 18 dicembre 2000

Ultimi preparativi prima della partenza
Giornata frenetica come sempre prima di una partenza. Grande spesa, al mercato, di frutta e verdura che poi bisogna lavare accuratamente, per evitare di imbarcare animaletti clandestini.
Nel frattempo facciamo anche 3 chili di spezzatino che conserviamo in barattoli di vetro dopo averli sterilizzati nella pentola a pressione. Ci serviranno per variare la monotonia dei pranzi e delle cene a base di pesce nei prossimi mesi di navigazione lungo il Mar Rosso.
Per cena siamo invitati a bordo di Mintaka, la splendida barca di Manfred e Petra. Se la sono costruiti da soli e hanno fatto un gran bel lavoro. Anche la cena è ottima. Nella loro vita precedente erano proprietari di un ristorante, e si vede.

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Domenica 17 dicembre 2000

Ritorno a Massawa
Oggi è tutto chiuso quindi stiamo in barca a fare qualche lavoretto e a socializzare con gli equipaggi delle altre 4 barche ancorate in porto.
Per cena tutti a mangiare i gamberi al ristorante!

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Sabato 16 dicembre 2000

Gita ad Asmara 2° giorno
E’ tornata l’estate. Fuori splende un bel sole tiepido e l’aria è limpida e fresca.
Lasciamo la pensione e iniziamo subito a girare per la città alla ricerca di incontri interessanti o di qualcosa da filmare e fotografare. In ogni strada due o più donne sono al lavoro per la pulizia giornaliera dei marciapiedi. Lo fanno con la stessa cura che userebbero per pulire la propria casa. Ecco perché la città è così pulita!
Iniziamo la giornata con un ottimo cappuccino poi ci incamminiamo verso la zona del mercato. Passiamo davanti alla cattedrale cattolica e un signore, in italiano, ci invita a fare un giro all’interno e sul campanile. Il campanile è alto 73 metri, e le scale per arrivare in cima sono appena state rifatte da due volenterosi falegnami tedeschi. Dall’alto si gode di una vista splendida. La città è molto estesa ed essendo l’aria tersa si vede gran parte dell’altopiano.
Il nostro accompagnatore ci mostra tutti i punti importanti della città con le relative storie associate. “Lì abitano i mussulmani, sono brava gente e con loro non abbiamo problemi.”
“Quello è il quartiere copto, sono cattolici come noi, solo che non mangiano la carne di maiale e di cammello, e le donne si fanno tatuare una croce copta sulla fronte.”
Gli diamo corda e continua.
“Il nostro problema sono gli etiopi che si sono installati nella nostra città e destabilizzano la nazione. Sono furbi, si sono spostati con gli eritrei e ormai è per noi impossibile mandarli via.”
Visitiamo la missione annessa alla cattedrale, salutiamo il frate francescano e poi ci mettiamo sui gradini della chiesa al sole a guardare il passaggio e a riflettere su quanto ci è appena stato detto.
Poi ci incamminiamo verso il mercato, c’è il sole e un’ottima luce per fare qualche ripresa, inoltre essendo sabato c’è una grand’attività e le donne sono tutte agghindate a festa. Indossano lunghi abiti e hanno un enorme foulard di tela bianco con i ricami negli angoli. Sotto il copricapo si possono scorgere delle bellissime acconciature. I neri e crespi capelli sono intrecciati fino alle orecchie in minuscole treccine aderenti al capo e poi sono lasciati liberi. Alcune donne sfoggiano anche pendagli e collane d’oro. C’e’ chi indossa una collana di pietre e oro appoggiata sulla testa o chi porta delle medagliette appese a due treccine di capelli che scendono per ogni lato dal centro della fronte. La giornata è bellissima e restiamo un’ora appostati dietro una colonna del mercato ad ammirare lo spettacolo e a cercare di scattare inosservati delle foto.
Il mercato è diviso in due sezioni: in una vendono la frutta e la verdura, nell’altra le granaglie. La seconda è la più interessante. Una lunga distesa di sacchi in piedi e con la parte superiore aperta, all’interno decine di differenti cereali e legumi secchi. Le compratrici si aggirano tra i sacchi, prendono qualche chicco in mano lo osservano e solo dopo un’accurata selezione, fanno la loro spesa.
Nel pomeriggio, quando ormai è ora di pensare al ritorno incontriamo una coppia di simpatici italiani; lavorano come professori alla scuola italiana di Asmara. Davanti ad un caffè passiamo una piacevole ora, loro ci raccontano i retroscena della vita di Asmara, noi le piacevolezze della vita in barca in giro per il mondo.
Sono le 15 è ora di andare a cercare il bus per il ritorno. Siamo fortunati: riusciamo a prendere due posti in un piccolo pullman moderno, con le poltrone imbottite e per niente rumoroso. La strada è al ritorno è spettacolare, le poche nuvole risalgono le vallate creando degli effetti particolari. Il viaggio scorre veloce, ci fermiamo solo verso le 18 in una landa desolata. Per i quattro passeggeri mussulmani è finito il digiuno giornaliero ed è tempo di preghiera. Si appostano in un piccolo spiazzo, confabulano per identificare la direzione della Mecca, poi srotolano il turbante lo stendono per terra e iniziano a pregare. Poi rompono il digiuno con una manciata di datteri, che ci offrono, e dell’acqua.
Arriviamo in barca alle 20, tutto è in ordine!

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Venerdi 15 dicembre 2000

Gita ad Asmara
Sveglia alle 6, oggi si va in gita ad Asmara. Asmara è la capitale dell’Eritrea, è stata fondata dagli italiani e si trova su un altopiano a 2300 metri di altezza.
Ci aspettano quattro ore di viaggio su un vecchio bus indiano, scassato, fumoso e rumoroso. Prima di partire, l’autista carica l’inimmaginabile sul tetto: dalla legna da bruciare alle stie con i polli! All’interno i posti sono tutti occupati, la maggioranza da donne, di almeno una decine etnie differenti. Alcune hanno il velo nero, sono mussulmane, altre elaborati disegni sulla testa, ricavati intrecciando i capelli, queste hanno una specie di grande scialle di cotone bianco che a volte si mettono anche sul capo. Altre d’origine più africana sono tutte bardate con coloratissime stoffe. Vicino a noi ci sono due vecchietti con il turbante e il bastone che sembrano venire da 2000 anni fa!
I primi 60 chilometri di strada attraversano una landa deserta, con pochi cespugli tra le pietre. In lontananza si intravedono spesso greggi di cammelli o di capre. Poi si inizia a salire, la strada è ripida ed il traffico di camion elevato, quindi si procede lentamente. Il paesaggio cambia, a metà strada si entra nelle nuvole, e con nostra sorpresa piove. Il paesaggio è più verde e sulle montagne si vedono le coltivazioni a terrazza di granoturco ed altri cereali.
La parte terminale del viaggio è tutto nella nebbia, la strada non ha guardrail e ogni tanto si intravedono dei profondissimi burroni. Arrivati finalmente sull’altopiano si sforano le nuvole e torna il cielo azzurro ed il sole. Il paesaggio è ancora semi-desertico, ma al posto dei rovi ci sono i fichi d’India.
Entriamo ad Asmara e sembra di aver cambiato continente e data al calendario: pare di essere in una cittadina del sud dell’Italia 30 anni fa. Per le strade, larghe e pulite, il traffico è composto carretti trainati dagli asini o da piccoli cavallini, da vecchie macchine italiane che da noi non si vedono neanche dagli sfasciacarrozze, da bus dimessi dalle aziende tranviarie di mezz’Italia e da nuovi fuoristrada con il simbolo UN (Nazioni Unite).
L’Eritrea ha appena firmato un trattato di pace con l’Etiopia, che mette fine a tre anni di guerra cruenta. Il trattato prevede il dislocamento di un contingente d’osservatori delle Nazioni Unite lungo il confine.
Dopo 3 anni e mezzo è un piacere andare in giro e chiedere informazioni in italiano! Le persone anziane lo parlano correntemente e sono compiaciute di poter sfoggiare la loro conoscenza della lingua. Gironzoliamo senza meta alla ricerca di un posto dove dormire. La città è più grande di quanto ci aspettassimo e ci facciamo una bella scarpinata per le stradine piene di negozi. Troviamo una pensione (Buon respiro) non è un granché, ma costa poco (5$ per la stanza) è in centro ed è abbastanza pulita e per una notte va bene.
Alle 15 arrivano le nuvole e con esse l’inverno. Ci avevano detto che ad Asmara faceva freddo, ma così non ce l’aspettavamo. Non siamo attrezzati! Non abbiamo né le scarpe (siamo con i sandali) né una giacca. Per fortuna è pieno di bar e pasticcerie dove fanno degli ottimi cappuccini. Passiamo il pomeriggio chiacchierando con la gente: una simpatica signora bolognese che vive ad Asmara da 30 anni e che ce l’ha a morte con gli Etiopici. Un signore eritreo che ha vissuto 25 anni in Italia, ora ha aperto un ristorante ed un’azienda di costruzione di infissi in alluminio e conta di tornare a vivere stabilmente ad Asmara. E’ gentilissimo: ci racconta un sacco di storie interessanti e poi si offre di accompagnarci in giro per la città.
Siamo stanchi morti, è calato il sole e fa un freddo cane. Ci rifugiamo in un ristorante italiano e ci consoliamo con un minestrone caldo.

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Giovedi 14 dicembre 2000

Giorno dedicato ai rifornimenti
In mattinata andiamo a fare un po’ di spesa e gironzolare per Massawa. Poi torniamo in barca e dopo pranzo Lorenzo inizia a fare i giri in gommone con le taniche per fare il pieno di gasolio e di acqua.
Abbiamo acquistato altre quattro taniche da 20 litri per il gasolio e ora abbiamo la coperta piena. Percorreremo il tratto da Port Sudan fino a Suez, che è sempre contro vento in questa stagione, in un canale tra i reef e la costa utilizzando sempre il motore. Quindi abbiamo bisogno della massima autonomia poiché per 350 miglia c’è solo deserto, e ci hanno detto che i consumi del motore raddoppiano.
Concludiamo la giornata con un’ottima cena a base di gamberoni freschi in un ristorante del centro insieme a Petra e Manfred. Costo 4 $ a testa!

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Mercoledi 13 dicembre 2000

Giornata di relax a Massawa
Scendiamo nell’area portuale per sbrigare le pratiche di ingresso. Il porto è in piena attività. Tre grosse navi stanno scaricando grano e container, sono gli aiuti umanitari delle Nazioni Unite. Gli ufficiali anche se flemmatici, sono gentilissimi e in un paio d’ore ce la caviamo. Paghiamo 60$ per il visto ma il resto è gratuito.
Appena finite le incombenze burocratiche ci fiondiamo alla ricerca di qualcosa di fresco da mangiare. La cittadina è polverosa, le strade sono tutte in terra battuta e molte case sono state danneggiate dalla guerra contro l’Etiopia e ovunque si vedono i segni dei combattimenti. La gente è gentile e dignitosa.

Il mercato mezzo distrutto, è piuttosto povero, ma due signore vendono quello che ci serve: pomodori, insalata, carote, arance, banane. Poi troviamo il macellaio e ci compriamo un chilo di carne per fare l’arrosto. Quindi soddisfatti torniamo in barca con il “bottino” alimentare. La carne e durissima e dopo un’ora di pentola a pressione è ancora dura come la gomma. Però è saporita e l’insalata mista deliziosa. La giornata, di relax, prosegue con il taglio reciproco dei capelli, che ormai erano diventati lunghissimi.

Al tramonto facciamo un colpo di vita, e anche per digerire la carne, torniamo in città per fare un altro giro. In un bar del centro incontriamo due nostri “vicini di casa”. Una coppia di tedeschi che sono sulla barca ancorata vicino a noi. Sono simpatici, hanno appena percorso il Mar Rosso provenendo da nord e sono diretti alle Seychelles e in Madagascar. Noi facciamo il percorso inverso e ci scambiamo un sacco d’informazioni.

Dalla strada polverosa dove eravamo seduti passiamo a fare un giro notturno per la città. Con la luce è più carina, non si vedono le macerie e il caldo è meno soffocante. Le case sono in un stile misto tra l’arabo e quello dei paesini dell’Italia meridionale. E’ pieno di bar e ristorantini e la gente chiacchiera, mangia e dorme sulla strada, evidentemente nelle case fa troppo caldo. Davanti ad ogni abitazione, le donne sono sedute su piccoli sgabelli intorno ad un braciere su cui bolle o la pentola con il cibo o una caffettiera primordiale di terracotta. Tutte ci invitano ad assaggiare quello che stanno mangiando o a prendere il caffè. C’è una bella atmosfera e siamo contenti di aver cambiato programma ed essere venuti in Eritrea.

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Martedi 12 dicembre 2000

Approdo a Massaia
Navighiamo a vela fino all’alba, poi il vento muore il mare si calma, siamo sottovento al gruppo dell Dhalach. Andiamo a motore.
Il cielo è completamente coperto da nuvole spesse e basse, e la cappa di umidità è opprimente. Siamo vicini alla costa ed l mare è pieno di uccelli, grosse gru, pellicani ed altri strani uccelli migratori.
Siamo stanchi e ci sognamo una bella insalata e dell’acqua fresca e soprattutto dolce. Infatti a Djibouti abbiamo riempito i serbatoi di acqua che poi si è rivelata abbastanza salata. E’ probabilmente il frutto di una dissalazione insufficiente. A parte il gusto, che è pessimo, notiamo che facciamo fatica a digerirla e abbiamo sempre dei piccoli dolori ai reni. Purtroppo a causa del colpo di stato, a Djibouti non siamo riusciti ad acquistare acqua in bottiglia, e il solo liquido bevibile che abbiamo a bordo è la nostra birra. Arriviamo a Massaia poco dopo mezzanotte, entriamo in porto ci ancoriamo dove possiamo e poi cadiamo in trance. Siamo stanchissimi.

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Lunedi 11 dicembre 2000

Rotta verso Massaia
Alle prime luci dell’alba si alza il vento, ma dalla parte sbagliata: nord ovest, cioè esattamente la direzione dove dobbiamo andare.
Abbiamo due possibilità: o ci ancoriamo in un’isola del gruppo delle Zubair oppure facciamo un bordo verso ovest e andiamo in Eritrea. Per radio gli amici italiani che sono a Port Sudan ci dicono che per ancorarsi alle Zubair sarebbe necessario un permesso, ma di solito i militari Yemeniti tollerano una breve pausa. Non abbiamo voglia di avere a che fare con i militari, facciamo rotta verso Massaia, Eritrea. Boliniamo tutto il giorno contro un vento teso ed un mare ripido: un attività poco divertente.

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Domenica 10 dicembre 2000

Navigazione della parte meridionale del Mar Rosso
Il passaggio dello stretto di Bab el Mambeb è stato abbastanza duro. Vento forte, per fortuna in poppa, mare grosso e ripido e centinaia di navi da evitare. Il mare si è mantenuto agitato fino alle isole Zubair, davanti alle quali un onda ci ha investito da poppa allagandoci completamente il pozzetto, poi lentamente si è calmato. Anche il vento purtroppo sta calando e verso le 22 siamo costretti a procedere a motore.

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Sabato 9 dicembre 2000

Ingresso in Mar Rosso
Lasciamo Djibouti con l’unico rimpianto, di non essere riusciti a fare la spesa di alimenti freschi. Boliniamo tutto il giorno per raggiungere lo stretto di Bab el Mambeb, che delimita il golfo di Aden dal Mar Rosso. Il vento è forte il mare grosso e confuso, a causa delle forti correnti, e la navigazione è poco piacevole. C’è una fila continua di navi che per fortuna se ne stanno nella loro corsia.

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Venerdi 8 dicembre 2000

Sosta a Djibouti
Giornata passata in barca a fare qualche lavoretto e a riposarci. Oggi è il giorno di festa per i mussulmani, e in città sembra tornata la calma. La radio locale ha ripreso ha trasmettere e ha dato la versione dei fatti ufficiale. L’ex capo della polizia, che dopo essere stato licenziato ha tentato il colpo di stato si è rifugiato in un ambasciata straniera. Gli altri poliziotti ribelli sono stati arrestati. Il bilancio ufficiale è di 2 morti e 6 feriti, ma ci sembra abbastanza improbabile, dato che sia le mitragliatrici che i carri armati hanno sparato per un ora. Domani all’alba partiamo.

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Giovedi 7 dicembre 2000

Colpo di stato a Djibouti
Mattinata persa per le pratiche e per fare rifornimento di gasolio e acqua. Gli ufficiali sono abbastanza scortesi e corrotti. Sia la polizia che l’autorità portuaria ci ha costretto a pagare di più del dovuto. Per pagare il gasolio dobbiamo andare in città, quindi abbiamo l’occasione per dare un’occhiata; è piuttosto sporca, polverosa e malandata.
Siamo in periodo di Ramadam, oggi è giovedì e domani sarà tutto chiuso, quindi dobbiamo sbrigare tutte le nostre faccende oggi. I negozi sono chiusi da mezzogiorno alle 17 quindi torniamo in barca a riposarci, andremo a fare spese nel pomeriggio.
Alle 16 lasciamo il gommone allo Yacth Club e c’incamminiamo verso il centro. La strada diretta è bloccata da militari armati, bisogna fare un lungo giro per raggiungerla. Siamo decisi a comprare un po’ di cibo fresco, quindi sotto il sole percorriamo i 3 km che ci separano dal centro. C’è una strana atmosfera. In giro ci sono solo uomini, sono piuttosto eccitati e camminano tutti in direzione opposta alla nostra.

Più ci avviciniamo al centro più la densità di militari armati aumenta. Alcune strade sono bloccate, quindi ci tocca fare un largo giro per arrivare al supermercato. Quando siamo quasi arrivati incominciamo a capire che qualcosa non va’. Sulla strada che porta al centro passano due carri armati a tutta velocità, poi dopo pochi minuti, arrivati ad un incrocio vediamo le macchine che suonando il clacson guidano in retromarcia a tutto gas. I guidatori hanno le facce terrorizzate e capiamo subito che qualcosa di grosso è in atto.

Poi iniziano gli spari. Prima le armi leggere, poi le cannonate. Scappiamo, senza sapere bene dove andare, gli spari sono vicinissimi. Corriamo piegati ripararandoci dietro una staccionata, la gente è in panico e le cannonate rimbombano fortissimo.
Stiamo correndo sul marciapiede quando una macchina si ferma in mezzo alla strada. E’ una signora francese che ci fa segno di raggiungerla. Siamo fortunati, in pochi minuti siamo fuori dall’centro dei combattimenti. La gentilissima signora abita a Djibouti da vent’anni e ci dice che è la prima volta che succede una cosa del genere.
“Proprio quando siamo arrivati noi doveva succedere!!”
La signora ci consiglia di fermarci allo Sheraton, ma noi siamo decisi a tornare in barca ed andarcene.
La strada per il porto è bloccata, salutiamo la signora e ci incamminiamo a piedi. I militari sono tutti eccitati, gli diciamo che dobbiamo andare allo Yacth Club e ci lasciano passare. La strada, che è in pratica una diga, che taglia in mezzo ad una laguna, è deserta e ai bordi ci sono i militari appostati tra gli scogli con le mitragliatrici puntate verso la città. Quando passiamo ridono e ci dicono “No problem”, ma i problemi ci sono, e grossi. Per evitare di passargli davanti camminiamo con la schiena ricurva tra gli scogli a pelo d’acqua. Poi un ufficiale ci ferma. Lui è più preoccupato, non ci blocca, ma ci dice che avanziamo a nostro rischio e pericolo.
Per un attimo valutiamo l’ipotesi di tornare a nuoto, ma abbiamo tutti i documenti e la barca è piuttosto lontana. Comunque se iniziano a sparare vicino a noi, siamo in acqua in pochi secondi. Restiamo qualche minuto al riparo di un camion militare, poi il plotone riceve l’ordine di avanzare, noi li seguiamo ad un centinaio di metri di distanza. Finalmente riusciamo ad arrivare alla strada che porta allo Yacth Club. E’ sgombra ed in direzione opposta ai combattimenti. Iniziamo a correre e in pochi minuti siamo sul gommone diretti in barca.
Siamo fermamente convinti di levare l’ancora ed andarcene, poi arrivati in barca, gli amici francesi delle due altre barche ancorate in porto ci dicono di ascoltare sul WHF un canale in cui i militari francesi (in porto ci sono due navi militari) informano i residenti occidentali sulla situazione. Mentre tiriamo a bordo il gommone e ci prepariamo a partire le notizie alla radio si susseguono ma gli spari sembrano essere terminati.
Poi l’annuncio: i poliziotti ribelli che hanno tentato un colpo di stato sono stati sopraffatti dall’esercito rimasto fedele al governo. Le prime cifre parlano di 30 poliziotti uccisi, 15 dell’esercito e 60 civili.
Siamo stanchissimi e data che la situazione sembra tranquilla decidiamo di restare, con l’idea che al primo sparo leviamo l’ancora e ce ne andiamo.
Ci facciamo una birra e chiudiamo questa lunga giornata.

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Mercoledi 6 dicembre 2000

Approdo a Djibouti
Siamo arrivati a Djibouti alle 18. Ci fermeremo 2 o 3 giorni, giusto il tempo per fare rifornimento di gasolio e acqua e per riposarci un po’.

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Martedi 5 dicembre 2000

Posizione 12°02N 45°30E
16° giorno di traversata da Seychelles al Mar Rosso
E’ finito il vento!
Il cielo è sereno, il mare è liscio come l’olio. Procediamo a motore e dato che non abbiamo tanto gasolio facciamo rotta su Djibouti, per fare il pieno e riposarci un paio di giorni. Arriveremo domani sera. L’unico evento della giornata è l’avvistamento di una barca araba, quelle con la prua alta a forma di “babbuccia”. Abbiamo un attimo di panico: “i pirati!”.
Invece questi non ci degnano di uno sguardo, ci passano ad un paio di miglia diretti verso est a tutta velocità. Evidentemente stanno approfittando della calma di vento per uscire dal golfo di Aden.

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Lunedi 4 dicembre 2000

Posizione 12°48N 47°17E

15° giorno di traversata da Seychelles al Mar Rosso

Cielo sereno, mare calmo, vento leggero da est.
Abbiamo il vento in poppa e navighiamo a 4 nodi (+ uno offerto dalla corrente!) con il gennaker e il genoa tangonati. Non avevamo mai provato, ma il sistema funziona benissimo. La barca avanza anche con pochissimo vento.
Di notte, onde evitare, navighiamo senza luci con il radar che fa la guardia e suona se qualcosa entra in un raggio di 5 miglia da noi. Alle 4 l’allarme del radar ci sveglia. C’è una nave a 4 miglia e sembra ferma. Osserviamo lo schermo per un quarto d’ora, ma la nave non si muove. Siamo a 50 miglia dalla costa dello Yemen, forse stanno facendo qualche traffico, meglio non indagare!
In mattinata peschiamo un bel dorado (corifera in italiano) lungo un metro. Dopo 4 giorni di bolina dura, in cui ci siamo alimentati a minestrine e pasta in bianco, ci è rimasta una grossa fame.
Ci cuciniamo un intero filetto con una deliziosa salsa di asparagi.
Prima del tramonto avvistiamo una superpetroliera enorme. All’inizio pensavamo fossero due navi, poi quando si è avvicinata abbiamo capito che quella che sembrava una piccola nave era invece la prua della petroliera. E’ carica e quindi è molto bassa sull’acqua.

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Domenica 3 dicembre 2000

Posizione 13°19N 49°40E

14° giorno di traversata da Seychelles al Mar Rosso

Stiamo navigando con il vento in poppa, il mare è calmo il cielo leggermente velato e la vita a bordo è confortevole.
Siamo esattamente in mezzo al golfo di Aden, e visti i problemi di atti di pirateria contro le barche verificatisi lo scorso anno vediamo bene di tenerci lontani sia dalle coste della Somalia che da quelle dello Yemen.
Ogni tanto avvistiamo una nave, ma per il resto siamo felicemente soli.

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